Sulla falsa specificità della “questione rom”

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Questo testo nasce da alcuni spunti e riflessioni maturati in occasione di un convegno recentemente proposto a Torino il 19 e 20 marzo 2015 sugli interventi abitativi rivolti ai rom, in parte già discussi con alcuni colleghi e presentati nella prima parte di questo articolo. Il convegno non è stato solo contenitore e spazio di dibattiti, ma è divenuto esso stesso elemento di discussione nelle sue forme, contenuti e modalità. Inoltre ha stimolato in noi una serie di interrogativi rispetto all’esigenza di riconoscimento dei rom come interlocutori primari, al peso e al ruolo dei ricercatori stessi e alla questione delle categorie interpretative utilizzate.

Ma questo è solo un corollario di una serie di lacune che abbiamo avvertito nella formulazione stessa dei termini del problema. In questo workshop abbiamo sentito molto la mancanza di una discussione sulla definizione previa dei termini della questione. Ci ha colpito l’adozione acritica di termini e definizioni mai messi seriamente in discussione, tra cui spicca la specificità della “questione rom”. Nonostante le intenzioni degli organizzatori, l’approccio differenziale all’inclusione abitativa dei rom e sinti costuisce la premessa dell’evento e riafferma, come una profezia che si autorealizza, la dicotomia rom/non-rom. Il risultato di questo approccio è di enfatizzare tutto ciò che rende i rom differenti dai non-rom (gagè), rafforzando ruoli e definizioni precostituiti.

La “specificità rom” tra ricerca e policy

Comunemente, i rom vengono spesso descritti come un caso a parte per quanto riguarda la mobilità internazionale, la cittadinanza, il riconoscimento delle minoranze nazionali (ad esempio, i rom e sinti italiani sono stati esclusi dalla legge 482/199 sul riconoscimento delle minoranze linguistiche in Italia [1]), la povertà, la salute, l’abitare, la sicurezza, la coesione sociale, e così via. E in effetti è così, ma non per una specificità propria dei rom, ma per la specificità dei rom stabilita dalle politiche. Quali altri richiedenti asilo o rifugiati sono stati inseriti in campi monoetnici in Italia? A quale comunità o quartiere cittadino è fornita un’ambulanza ad uso esclusivo per le vaccinazioni dei bambini? A quanti homeless stranieri o italiani viene offerta sistemazione permanente in piazzole o containers in aree video-sorvegliate? A quale categoria di sfrattati o famiglie in disagio abitativo è concessa un’area recintata dove costruire una baracchina? A quale cittadino capita di essere sottoposto a controlli di polizia periodici nella propria abitazione perchè collocata in un’area specifica? E inoltre: per quale altro gruppo etnico è richiesta una strategia nazionale di azione? Per molti si tratta di domande quasi retoriche, ma non dovrebbero esserlo: non dobbiamo dare per scontato lo sfondo differenzialista e culturalista che sorregge le pratiche e le politiche rivolte ai rom. Dobbiamo imparare a metterlo continuamente in discussione.

Come ricercatori il nostro compito è osservare e analizzare la realtà per come essa è o si presenta, ma crediamo sia doveroso fare attenzione a non rimanere bloccati dentro le stesse definizioni su cui invece dovremmo riflettere. Il ruolo del ricercatore è di far emergere le contraddizioni e le sfasature che caratterizzano discorsi, pratiche e politiche senza accettare acriticamente definizioni ed etichette ma testandone costantemente la validità, l’appropriatezza, i termini di realtà. Poi si può discutere di costi, forme e singoli progetti, ma prima è necessario essere consapevoli dei margini della questione, dei limiti delle nostre rappresentazione e del loro livello di legittimità, facendo attenzione a non riprodurre narrazioni e categorizzazioni precostituite.

In senso generale crediamo che il dibattito che ha anticipato e seguito il workshop “Per l’inclusione abitativa dei rom e sinti. Pratiche e strumenti tra ricerca e policy” ci abbia aiutato a mettere a fuoco ancora di più le difficoltà del nostro ruolo di ricercatori e a ragionare su quei meccanismi automatici che rischiano di replicare “specificità rom” in ambito non solo politico ma anche accademico.

Crediamo che la situazione critica vissuta da molti rom in Italia debba essere interpretata come una spia di ciò che la nostra società è in questo momento: “la questione rom” è un caso emblematico (ma non specifico) della difficoltà di affrontare situazioni anche complesse che richiedono un impegno su più fronti e uno sguardo allargato a tutta la nostra società. Cerchiamo di riconoscere che esiste un problema della casa che riguarda migliaia di persone a Torino e in tutta Italia, un problema dell’accoglienza che riguarda migranti e rifugiati da ogni parte del mondo, un problema di erosione del sistema di welfare che restringe la platea dei beneficiari, arrivando a minare anche alcuni diritti fondamentali della persona.

Politiche specifiche o politiche universaliste?

Ragionando su queste basi e riferendoci solamente alla realtà torinese, la nostra esperienza di ricerca sul campo ci ha portato a conoscere, in maniera del tutto contingente e casuale, alcune “seconde generazioni” di immigrati bosniaci e serbi usciti dai campi: si tratta di ragazzi che non erano l’oggetto della nostra ricerca, nei quali ci siamo imbattute senza che li stessimo cercando. Possiamo dire che sono le seconde generazioni che piú ci sono sembrate “incluse” – passateci il termine: vogliamo dire cresciute in condizioni più o meno serene, avendo studiato in qualche caso fino all’università, con un dominio della lingua italiana praticamente identico al nostro, informate sui loro diritti e capaci di difenderli. Sono i ragazzi che negli anni ’90 hanno avuto la fortuna di uscire dai campi per entrare a vivere in alloggi popolari. I palazzi popolari di Falchera, Vallette, Mirafiori Sud non sono esattamente i posti dove la maggior parte di noi sognerebbe di allevare un figlio. Ciononostante, è in questi palazzi che sono cresciuti e si sono formati questi giovani. Il loro “processo di inclusione” non è stata soluzione costosa, né in termini monetari né in termini di coesione sociale. Le loro famiglie non hanno avuto necessità né di assistenza, né di interventi, né di educazione civica e sociale, nè di monitoraggio. È vero, qualche famiglia ha avuto bisogno di aiuti, anche solo per pagare l’affitto durante primi tempi, ma non ha avuto bisogno di educatori né operatori sociali. In ogni caso, dubitiamo che il prezzo di questo inserimento sia stato eccessivo per il Comune. Verso il 2004 è stata condotta un’indagine tra le famiglie rom inserite in casa popolare a Torino per valutare eventuali conflitti col vicinato, problemi di “adattamento”, eccetera. Secondo questo studio, delle circa 80 famiglie rom dell’ex-Jugoslavia beneficiarie di alloggi popolari a Torino, solo 3 sono state percepite come “problemi” dal vicinato; anche se poi le voci correvano e quelle tre famiglie diventavano decine, fino al punto che sembrava che ognuno a Torino avesse un amico, o un amico di un amico, che viveva nella stesso condominio di una famiglia rom che sgozzava agnelli per le scale, invitava i parenti a bivaccare nel cortile, buttava la “munnezza” giú dal balcone e mandava i bambini in giro nudi.

Di fronte a queste evidenze abbiamo sempre rivendicato un certo diritto allo scetticismo quando, per esempio, ci veniva presentato “Il Dado” di Settimo Torinese [2] come una soluzione efficace, effettiva, sostenibile e partecipativa alla questione del Roma housing [3]. D’altra parte son ben note le critiche che mettono in rilievo la debolezza del modello de “Il Dado” nella proporzione tra costi (elevati) e benefici (poche famiglie). A queste critiche l’associazione che gestisce il Dado ha risposto con la proposta progettuale di una micro area residenziale con pannelli solari sulle casette che altro non era se non l’ennesima riproposizione un po’ più  politically correct di un campo rom, sorvegliato però da educatori [4]. La necessità degli operatori di mettere in risalto il loro ruolo, presentandolo come indispensabile, li ha portati paradossalmente a riproporre il modello dei campi nel momento stesso in cui pretendevano di formulare una proposta per il loro superamento.

Dovremmo stare attenti anche noi ricercatori a non perdere di vista che l’obiettivo centrale dev’essere il riconoscimento dei diritti dei rom, e non il riconoscimento della “specificità rom”, un riconoscimento che probabilmente gioverebbe più a noi che ai rom. Forse mettendo da parte la centralità del nostro ruolo, potremmo arrivare alla fatidica domanda: le famiglie rom hanno bisogno di una politica di inclusione specifica (con relativi esperti di Roma inclusion)? E hanno bisogno di una specifica politica sull’inclusione abitativa?

Simili considerazioni ci portano a mettere in discussione l’approccio di quella parte della ricerca che, con studi, convegni e pubblicazioni, in qualche modo segue le scelte degli amministratori locali al considerare le politiche abitative per i rom come un oggetto di analisi e di intervento a sé stante, separata dalla questione abitativa in quanto “questione sociale” di interesse generale.

Vecchie e nuove baraccopoli

Le famiglie che, arrivate da un Meridione “arretrato” e contadino, si sono insediate a Torino in baracche negli anni ’50 e ’60, nell’apogeo della crescita industriale di questa città, non erano state inserite in case attraverso la mediazione del terzo settore. Ovviamente i tempi sono cambiati: la trasformazione neo-liberista dello stato ha condotto alla privatizzazione dei servizi sociali (a partire dall’esternalizzazione della gestione della disuguaglianza alle organizzazioni non governative); nuovi flussi migratori transnazionali hanno sostituito i vecchi flussi di migrazione interna con i lavoratori immigrati extracomunitari o “comunitari di serie b”, che hanno in molti casi trovato impiego nell’economia sommersa.

Nonostante le differenze, oggi come allora siamo di fronte a una “emergenza casa”. È logico che in una città come Torino, che è “capitale degli sfratti” (4.000 provvedimenti di sfratto nel 2012, 3.000 solo nel primo semestre del 2013) ed ha ben 8.000 persone in lista d’attesa per l’assegnazione di un alloggio di edilizia popolare, parlare di housing per rom possa diventare un campo minato e che gli amministratori locali facciano di tutto per non dare l’impressione ai cittadini di “dare le case ai rom”, fino a violare i diritti umani (com’è accaduto a Torino nel febbraio 2015).

Ma a questo punto può essere lecito domandarsi perchè per gli immigrati del Meridione la città ha costruito case popolari e per i rom e i sinti italiani e stranieri ha costruito campi? Perchè il problema delle condizioni di vita degli immigrati meridionali ha smesso di essere un problema a Torino, e il problema dei rom e dei sinti continua ad esserlo dopo piú di 40 anni? Verrebbe da pensare che la differenza tra vecchi e nuovi baraccati andrebbe letta più che in termini etnici, in termini di diritti (riconosciuti e negati) e di condizioni socio-economiche: da un lato abbiamo operai dell’economia formale in un momento di crescita economica, dall’altro lavoratori dell’economia sommersa, come l’economia del ferrovecchio e del recupero dei residui, realizzata per lo più in un momento di crisi e politiche di austerità.

Chi emergere, i rom o l’economia?

Dunque, ragionando sul piano dei contenuti, non sarebbe più interessante provare a contestualizzare il problema della casa per i rom nell’ambito generale del problema della casa? Non sarebbe interessante pensare che “emersione” significa far emergere un settore dell’economia completamente informale, anziché far “emergere” le singole famiglie attraverso patti di legalità di dubbio valore legale? Bisogna infatti ricordare che un gran numero degli abitanti dei campi informali, cosí come altri abitanti della città che, indipendentemente dalla loro ascrizione etnica, sono semplicemente poveri, vivono del recupero del ferrovecchio: una risorsa dotata di grande valore sul mercato (sarebbe interessante, di fatto, recuperare dati sul margine di guadagno dei demolitori privati che comprano questa merce ai riciclatori informali a prezzi molto bassi).

Anche se forse non compete a noi l’elaborazione e la proposta di politiche alternative, ci ha fatto molto riflettere il modello di inclusione sociale che si sta portando avanti nella città di Bogotá. La capitale colombiana ha recentemente implementato una politica in cui ha riconosciuto il valore dell’economia sommersa rappresentata dagli abitanti delle favelas che vivono del recupero della spazzatura. La Asociación Cooperativa de Recicladores de Bogotá (ARB) ha contribuito significativamente allo sviluppo di varie leggi locali e nazionali riguardanti i servizi pubblici e l’affermazione di una struttura equitativa di imposte relative ai servizi di gestione dei residui (Comité Habitat Español 2006, IEMS 2008). In una sentenza de 2003 la Corte Constitucional ha riconosciuto alle cooperative di “riciclatori di strada” la titolarità per accedere agli appalti pubblici della gestione dei residui urbani. Ha emanato anche, nello stesso anno, una azione affermativa di inclusione dei riciclatori negli appalti riguardanti la nettezza urbana e, nel 2009, ha ordinato la formalizzazione dell’attività del riciclaggio e dei riciclatori in condizioni di povertà come imprenditori e operatori della nettezza urbana. In questo modo, il sistema di smaltimento della spazzatura è enormemente migliorato, aumentando decisamente le percentuali di materiale riciclato e disegnando nuovi sistemi per permettere alle cooperative di lavoratori di accedere alle fonti, ovvero alle ditte stesse che hanno bisogno di smaltire i residui di lavorazione [5]. Di conseguenza l’impresa municipale della netteza urbana di Bogotà ha potuto appropriarsi di una risorsa di grande valore di mercato (rottami e residui di cui beneficiavano grandi imprese private di recupero, demolizione e rottamazione), permettendo allo stesso tempo alle persone che si dedicano a tale attività in modo informale di avere un riconoscimento sociale ed economico da parte della città stessa che si beneficia del loro lavoro. Ovvero, è aumentata la ricchezza della collettività e anche quella dei singoli lavoratori.

Nel contesto torinese, invece, proprio nello stesso periodo in cui si iniziava ad elaborare il progetto de “La Città Possibile” [6], la Provincia di Torino ha divulgato una circolare a tutti i demolitori privati locali invitando a non raccogliere il ferro di chi non fosse dotato di partita IVA, promuovendo quindi una ulteriore precarizzazione (e criminalizzazione) di tutta una serie di persone in condizioni di vita già di per sé molto precarie. Le motivazioni di tale circolare che, attraverso la ricerca, siamo arrivate a ricostruire, non sono dovute solo alla necessità di contrastare il fenomeno dell’aumento dei furti di rame ma anche alla necessità di contrastare la continua diminuzione dell’afferenza di rifiuti ferrosi presso l’azienda municipale della nettezza urbana, in un momento di crisi in cui il ferrovecchio diventa una risorsa per molti, con gravi perdite per l’azienda stessa. Per conseguire quest’obiettivo, però, si sarebbe potuto procedere nella direzione opposta a quella intrapresa dall’autorità pubblica, ossia, andando verso un riconoscimento del lavoro svolto dai riciclatori di strada, anziché marginalizzandoli ulteriormente.

Quello che colpisce è dunque la differenza di interpretazione rispetto ad una condizione problematica simile, riguardante aree abitative marginali come favelas e campi informali: a Bogotà l’attenzione è spostata dalle caratteristiche etnico-culturali degli abitanti alla loro condizione socio-economica all’interno del contesto cittadino. L’approccio di azione passa dunque attraverso le persone ma è diretto al mutamento delle condizioni di vita collettive. L’ottica di fondo è fare leva sulle esigenze comuni e sulle dinamiche sistemiche, piuttosto che ritagliare un ambito singolo di azione specifica e riduttiva, che non considera i legami socio-economici dell’intero contesto urbano.

Nel contesto torinese, invece, la prospettiva appare ritagliata su interessi ristretti e temporanei, che tendono a polarizzare il discorso su termini opportunamente definiti come differenti e inconciliabili e distribuiti su piani di valore differenti, concretizzati da una presunta irriducibile “specificità” di cui solo una delle parti deve farsi carico. Mentre a Bogotá l’amministrazione si occupa di fare emergere un settore dell’economia informale, a Torino si pensa di poter far “emergere” singole famiglie, trasportandole da un’abitazione informale a una formale, senza minimamente cambiare le condizioni materiali del loro sostentamento economico.

Conclusioni

Non pensiamo né che il “modello Bogotà” (come qualsiasi altro modello) sia replicabile a priori in maniera identica in contesti differenti da quello colombiano, né che non abbia dei limiti o presenti delle contraddizioni. Ma ci fa sorridere e ci intristisce allo stesso tempo osservare le maniere così diametralmente opposte – repressiva ed escludente una, inclusiva e redistributiva, l’altra – di affrontare un problema simile a Torino e a Bogotà. Viene da pensare che una tale differenza sia dovuto proprio alla definizione stessa degli oggetti delle policy. Di cosa stiamo parlando? Di rom o di abitanti di favelas chiamate “campi rom”? Di persone appartenenti a un’altra etnia o di persone povere escluse dall’accesso all’economia formale? Di evasori fiscali parassiti della collettività o di soggetti che svolgono un ruolo utile e importante per la città e sono in grado di produrre ricchezza per la collettività? Gli abitanti dei campi rom hanno evidentemente delle risorse e delle competenze che gli permettono di sopravvivere, ma queste risorse e competenze, non essendo riconosciute, rimangono nell’ambito dell’economia informale, in nero, a beneficio dei grandi demolitori privati, senza che si contempli l’idea che sia necessario farle emergere, appunto, all’ambito dell’economia formale, con grandi benefici per i lavoratori informali della spazzatura e del ferrovecchio e per la collettività tutta. Il problema dei rom è davvero la casa? O le risorse per accedervi e mantenerla? Quando pensiamo all’emersione sociale, non dovremmo pensare prima di tutto all’emersione dal circuiti sfruttati dell’economia informale, possibilmente in un’ottica un po’ più seria e sostenibile che quella dell’eterno mercato delle borse lavoro?

Note

  1. La legge 482 del 15 dicembre 1999, intitolata “Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche” riconosce e tutela dodici minoranze etnico-linguistiche storiche: albanese, catalana, germanica, greca, slovena, croata, francese, franco-provenzale, friulana, ladina, occitana e sarda. I criteri per il riconoscimento sono etnici, linguistici e storici nonché legati alla localizzazione in un territorio definito. Nonostante dopo sardi e friulani le popolazioni rom e sinte presenti sul territorio italiano costituiscano di fatto la minoranza più numerosa, in quanto “sprovvista di territorio”, non sono state riconosciute a livello normativo come minoranza culturale e linguistica. Ovviamente è stata una scelta politica e politicizzata: nella prima proposta di legge le minoranze rom e sinte erano state incluse, ma sono poi state tolte dalla lista in seguito a pressioni da vari partiti, tra cui la Lega Nord.
  2. “Il Dado” è una stuttura presentata come modello di autorecupero e inserimento sociale: nel 2007 il Comune di Settimo Torinese ha posto a disposizione uno stabile nel quale l’associazione Terra del Fuoco ha avviato un cantiere di ristrutturazione realizzato dalle stesse famiglie rom che sono entrate successivamente a vivere nella struttura, ricevendo allo stesso tempo una formazione professionale nell’ambito della costruzione – formazione spendibile nel mercato del lavoro.
  3. Per approfondimenti si rinvia, tra gli altri, a: BIA G., (2010), Spazi paralleli. innovazione nelle politiche abitative per rom e sinti in Italia, tesi si laurea, Politecnico di Milano; DE SALVATORE A. e RIBONI S., 2009, Settimo Torinese: il processo di autocostruzione e autorecupero come strumento di inclusione sociale, in VITALE T., a cura di, (2009), Politiche possibili. Abitare le città con i rom e i sinti, Carocci, Roma, pp. 244-249; e infine BONTEMPELLI S., (2012), Le buone pratiche per (e con) i Rom migranti, in Fondazione Casa della Carità “Angelo Abriani” (2012), Rapporto Nazionale sulle Buone Pratiche di Inclusione Sociale e Lavorativa dei Rom in Italia, programma EU Inclusive.
  4. Progetto presentato alla conferenza “L’inclusione è l’emergenza”, svoltasi a “La fabbrica delle E” a Torino, il 22/2/2012.
  5. Si veda a tale proposito Waste Pickers in Bogotá, Colombia; e Asociación cooperativa de recicladores de Bogotá (ARB).
  6. A partire dalla fine 2013, è in corso a Torino un progetto di inclusione rivolto agli abitanti dei campi rom, il cui appalto è stato vinto da un raggruppamento di enti del terzo settore che include le cooperative Valdocco, Stranaidea e Liberitutti, le associazioni A.I.Z.O. e Terra Del Fuoco e la Croce Rossa Italiana. Il nome del progetto è “La Città Possibile”. L’attenzione dell’autorità pubblica (Comune e Prefettura) e dei gestori del terzo settore è diretta in special modo al campo di Lungo Stura Lazio, l’insediamento informale più grande della città.

Bibliografia

L’articolo è stato scritto da Cecilia Vergnano e Marianna MancaImmagine di copertina: Baraccamenti in Corso Polonia, Torino (1950s).

Cecilia Vergnan è candidata PhD presso il programma di "Estudios Avanzados en Antropología Social" dell'Università di Barcellona, con una tesi sui processi di costruzione della romofobia nella città di Torino (Italia). È membro del Dipartimento di Antropología Culturale e Storia di America e Africa dell'Università di Barcellona in qualità di docente ricercatrice. È anche membro del GRECS (Grup de Recerca sobre Exclusió i Control Social) e del GRACU (Grup de Recerca sobre Antropología del Conflicto Urbano).

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