Note a margine di un convegno sui rom

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Iniziare a scrivere a partire da un foglio bianco, ci crea lo stesso senso di smarrimento che abbiamo provato a volte entrando in un campo rom. Questa sensazione è dovuta alla complessità dei dibattiti che il workshop è stato in grado di stimolare: rappresentanza rom, distanza tra politica e ricerca, politiche dall’alto, politiche dal basso, necessità di soluzioni innovative, di nuove categorie analitiche e nuovi strumenti di intervento. Si tratta di concetti problematici, difficili da definire, difficili da liquidare in due parole. Concetti ambivalenti, come ambivalente può essere la libertà, un movimento politico, o semplicemente la realtà che ogni giorno cerchiamo di portare alla luce, alterandola nel momento stesso in cui tentiamo di rinchiuderla in una definizione. Come si colma la distanza tra politica e ricerca? A partire da quale definizione del problema? È necessario colmare la distanza tra politica e ricerca prima ancora di colmare la distanza tra la politica e i gruppi che sono oggetto di questa politica? Come può fare chi non ha spazio per esprimere la sua voce? E poi ancora: il problema della casa è un problema proprio dei rom? Queste e altre sono le domande con cui siamo uscite dal workshop di Torino.

Le mani sulla Città (Possibile)

A partire dalla fine 2013, è in corso a Torino un progetto di inclusione abitativa rivolto agli abitanti dei campi rom, il cui appalto è stato vinto da un raggruppamento di enti del terzo settore che include le cooperative Valdocco, Stranaidea e Liberitutti, le associazioni A.I.Z.O. e Terra Del Fuoco e la Croce Rossa Italiana. Il nome del progetto è “La Città Possibile”. L’attenzione dell’autorità pubblica (Comune e Prefettura) e dei gestori del terzo settore è diretta in special modo al campo di Lungo Stura Lazio, l’insediamento informale più grande della città.

A una minoranza degli abitanti sono stati proposti i tristementi detti “patti di emersione” che prevedevano aiuti economici per l’inserimento in alloggio (con contratti a nome degli enti del terzo settore!) o, nella maggior parte dei casi, in strutture gestite direttamente dagli enti stessi. Per quanto riguarda la maggior parte degli abitanti del campo, questi non sono beneficiari del progetto e la soluzione adottata è stata quella degli sgomberi in serie tra l’estate 2014 e il febbraio 2015, con l’obiettivo di liberare definitivamente l’area in maniera progressiva. Il piú consistente di tali sgomberi è stato realizzato il 26 febbraio 2015, poche settimane prima del workshop, e ha riguardato circa 200 persone.

Non sappiamo se l’ambientazione torinese dell’evento sia stata scelta per la concomitanza con tale progetto, ma certamente le azioni di polizia realizzate sul campo di Lungo Stura Lazio non potevano essere tenute sullo sfondo: non solo per le modalità con cui sono state eseguite, ma anche per quanto riguarda la loro legittimità. Sul sito dell’evento compare un comunicato che ribadisce la contrarietà degli organizzatori alla politica degli sgomberi e alle modalità di selezione e penalizzazione dei più fragili nei progetti di intervento. Le stesse posizioni appaiono anche dai loro lavori di ricerca che conosciamo e abbiamo apprezzato. Ma non è stato questo che ha infiammato i colloqui tra colleghi, ospiti e parte dei presenti. Le polemiche, che hanno viaggiato soprattutto per via epistolare, infatti, non hanno riguardato solamente l’invito a parlare fatto ai rappresentanti istituzionali torinesi ma soprattutto il mancato invito ai rom torinesi, soprattutto quelli abitanti a Lungo Stura Lazio, come interlocutori diretti. Il punto centrale oggetto di critiche e repliche è stato quindi il tema del diritto di parola e il riconoscimento della parte principale in gioco nell’economia del convegno: i destinatari delle politiche specifiche, ovvero gli abitanti dei campi, oggetti di studio ma soprattutto protagonisti di un momento difficile all’interno della città.

sgombero

“Questa non è la sede adatta”

Facendo un passo indietro è necessario però raccontare gli antefatti che hanno innescato il dibattito e gli eventi successivi. Prima dell’inizio del convegno Marcello Zuinisi, il rappresentante legale della Associazione Nazione Rom, aveva proposto agli organizzatori la lettura di un comunicato scirtto da alcune donne abitanti del campo. L’intervento delle donne rom era stato declinato perchè ritenuto fuori contesto: “non è la sede adatta”, si erano sentite rispondere. E qual è allora la sede adatta per una presa di parola? Qual è lo spazio di intervento e riconoscimento per le persone che molti di noi conosciamo come (s)oggetto delle nostre ricerche ma anche come concittadini, vicini di casa, amici?

L’evento era inserito all’interno di un evento dedicato al tema delle cittadinanze (www.campuscittadinanze.eu) nella settimana di lotta al razzismo, e dunque non possiamo fare a meno di considerare che non ci sarebbe stato momento più adatto e opportuno per lasciare spazio di parola proprio alle persone coinvolte. Sì, la partecipazione al convegno era libera, e sì, erano previsti spazi per l’intervento del pubblico e il dibattito con i relatori ma… siamo onesti, quanto era prevedibile che delle persone in una condizione fragilizzata e in una fase di pesante incertezza e precarietà potessero arrivare ad accedere come pubblico, solo ed esclusivamente come pubblico ricevente, ad un evento tanto formalizzato? Come accademici e ricercatori dovremmo conoscere bene la dinamica che si produce tra chi parla e chi ascolta, la differenza che passa tra la cattedra e il banco: vogliamo continuare a riprodurre questa differenza anche quando dichiariamo di parlare di inclusione, condivisione e spazi di confronto?

La contestazione

Gli organizzatori del workshop hanno quindi dovuto affrontare delle contestazioni durante lo svolgimento dello stesso. Gli attivisti di Gattonero Gattorosso durante la sessione inaugurale hanno interrotto la cerimonia per leggere un documento di denuncia scritto collettivamente in una partecipata assemblea con gli abitanti di Lungo Stura, assemblea realizzata proprio a partire dall’idea che fosse necessario il coinvolgimento diretto delle persone interessate da processi di riallocazione e sgombero. In quello che è stato un percorso collettivo di mobilitazione, gli abitanti del campo non se la sono però sentita di presentarsi personalmente all’università, pur se informati dell’iniziativa e d’accordo con essa – forse proprio perché in una condizione fragilizzata e in una situazione di pesante incertezza sull’indomani, che rende più difficile la sopravvivenza quotidiana.

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Nel loro intervento gli attivisti hanno portato le voci degli abitanti del campo in un contesto che li riguarda, ma a cui non era stato riconosciuto di appartenere. Se da un lato questa azione ha avuto l’effetto di far irrompere in aula magna le parole degli abitanti del campo, dall’altro la contestazione non è stata compresa da una buona parte del pubblico presente, che si è interrogato sulla legittimità dell’intervento, chiedendosi “ma dove sono i rom?”. In questo modo, i contenuti del testo sono passati in secondo piano.

La logica degli esperti 

Il convegno è stato definito come un tentativo di “uscire dalla logica degli esperti”, tuttavia il peso delle logiche e dei ruoli esistenti si è fatto sentire molto. L’evento non è stato in grado di superare tale logica degli esperti, bensì l’ha rafforzata sia sul fronte della ricerca, sia su quello della politica. Se veramente, come è stato precedente articolo pubblicato su WOTS?il timore degli organizzatori era di lasciare spazio a rivendicazioni che avrebbero messo in fuga le istituzioni, allora bisogna fermarsi a chiedersi se i ricercatori, in nome della necessità di essere riconosciuti da politici e amministratori, possano sostituirsi in tutto e per tutto ai destinati degli interventi pubblici.

I contenuti e il taglio dell’evento erano rivolti ad esperti ricercatori e istituzionali, ma crediamo che la voce delle famiglie rom di Torino avrebbe meritato un minimo spazio, anche in deroga alle tempistiche organizzative, e non avrebbe tolto nulla all’evento nè alle sue cerimonie. Al contrario, la partecipazione dei rom di Lungo Stura Lazio avrebbe dato all’evento una forma più concreta e utile per il territorio. Quello che piú colpisce è che neanche per un momento si sia riflettuto su questo tipo di partecipazione e intervento in termini di opportunità: per i partecipanti e gli organizzatori del workshop, per gli abitanti di Lungo Stura, per i rom, per gli amministratori locali, per tutti, e non solo per alcuni attivisti definiti come “strumentalizzatori della situazione”. Era comunque un modo per spostare il discorso da un’etichetta (“i rom”) alle persone. La nostra impressione è forse profondamente cinica e riduttiva, ma non crediamo sia del tutto campata per aria, e comunque continua a presentarsi alla nostra mente in maniera stridente. Sinceramente crediamo che l’azione fatta dagli attivisti fosse legittima e la reazione degli organizzatori prevedibile ma a questo punto, non sarebbe stato più semplice dare 10 minuti di tempo alle donne di Lungo Stura?

Nel comunicato pubblicato dagli organizzatori si rifiuta qualsiasi “accusa” di endorsement all’amministrazione pubblica, ma l’esclusione di una delle parti coinvolte rischia di mettere in evidenza uno sbilanciamento di criteri, soprattutto in seguito ad una richiesta di parola esplicitamente respinta. Forse se gli abitanti di Lungo Stura non avessero chiesto di leggere un documento tutti questi problemi non si sarebbero posti. Forse. Ma era comunque loro diritto chiederlo.

L’articolo è stato scritto da Marianna Manca e Cecilia Vergnano a partire dagli spunti e dalle riflessioni maturate in occasione dell’evento Per l’inclusione abitativa dei rom e sinti. Pratiche e strumenti tra ricerca e policy tenutosi a Torino il 19 e 20 marzo 2015. Questo evento non è stato solamente contenitore e spazio di dibattiti, ma è divenuto esso stesso elemento di discussione nelle sue forme, contenuti e modalità. 

Laurea in Pedagogia all'Università di Cagliari. Dottoranda in Sociologia e Studi Politici all'Università degli Studi di Torino. Si interessa principalmente di marginalità e contesti urbani, integrazione sociale, politiche di welfare abitativo.

2 Comments

  1. Apprezzo lo sforzo fatto con questo articolo. Non so se avete partecipato al workshop o siete state anche organizzatrici. Rimane il fatto che quando è arrivato l’invito, sono stato subissato da mail e telefonate da leader sinti in particolare che mi chiedevano come fosse possibile che ancora una volta si organizzasse un evento senza invitare la leadership rom e sinta italiana. La questione della rappresentanza è una questione tutta italiana perchè solo nel nostro Paese non si riconosce a sinti e rom il diritto alla parola. Non c’è mai stata una politica nazionale o regionale per implementare la partecipazione. Il ruolo dell’UNAR è stato fino ad ora deludente e inconcludente su questo aspetto. Lo scandalo di Mafia Capitale è solo la punta di un iceberg che vede responsabilità a tutti livelli. Fino ad oggi sono solo le associazioni sinte e rom che in assoluta solitudine lavorano per la costruzione di una partecipazione dei sinti e dei rom. A Bolzano ci sono oggi due sinti candidati al Consiglio comunale, ma questo risultato non è frutto di politiche nazionali. C’è un disinteresse totale, quasi un fastidio. La notizia della candidatura non è stata nemmeno ripresa dalla rassegna stampa dell’UNAR, tanto per dire. Sul tema della partecipazione c’è il vuoto istituzionale e nemmeno le università si sono distinte. Ne è la riprova il workshop di Torino. Io mi chiedo il perchè in Germania per esempio le associazioni sinte ricevono 2 milioni di euro di finanziamenti dallo Stato per implementare politiche di partecipazione, mentre in Italia su questo tema le risorse sono 0?

    Carlo Berini
    Sucar Drom

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