«Come se fossimo extra-terrestri». Storie di rom nell’Italia di oggi

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I rom sono capaci di pagarsi un affitto, di vivere in un appartamento e non sono portati culturalmente a vivere come dei senza tetto. A quanto pare gli italiani hanno ancora bisogno che qualcuno si prenda la briga di raccontargli queste cose. I ricercatori lo fanno da tempo e ora ci si son messi pure i registi.

In un altro paese un film come “Fuori Campo” ci lascerebbe indifferenti. Usciremmo dal cinema nel freddo, ci fermeremmo sul marciapiede a guardarci le punte delle scarpe e prima che la nostra amica ci rivolga la parola sbufferemo un «Bah, non ho capito il messaggio. Cioè, ci sono dei rom che vivono nelle case … e allora? Di cosa dovrei stupirmi?». E invece siamo in Italia. L’Italia non è né peggio né meglio di altri paesi europei, ma per quanto riguarda il razzismo nei confronti dei rom (e un paio di altre cose) è decisamente peggio. Infatti, secondo un recente studio del Pew Research Center, l’85% degli italiani ha un’opinione negativa della minoranza rom.

Per questo motivo nel momento in cui lo sguardo si solleva dalle punte delle nostre scarpe lasciamo stare la nostra amica al freddo e corriamo a stringere la mano al regista Sergio Panariello: «Grazie! Finalmente qualcuno che racconta che i rom sono persone qualsiasi. E lo fa senza retorica pure … complimenti». Nell’intervista riportata nel comunicato stampa sul film, Sergio racconta: «Prima di cominciare questo documentario pensando ai rom avevo in mente la visione del campo e li associavo all’idea del nomadismo, proprio perché l’immagine che abbiamo è quella che ci viene sempre mostrata ed è la più riconoscibile. Poi, grazie alla ricerca svolta in giro per l’Italia con le associazioni Compare e Osservazione, e ai rom che ci hanno aperto le porte delle loro case nelle varie città, la mia conoscenza si è ampliata. Purtroppo riusciamo più facilmente a ragionare per stereotipi, proprio per questo credo che sia importante adottare una visione fuori campo». Parlare di “rom fuori campo” in Italia è un atto esotico. Fare lo stesso in politica potrebbe essere visto addirittura come qualcosa di eclettico.

Storie qualunque o storie di successo? 

«Bisogna superare i campi nomadi» è diventato il mantra che accompagna i ricercatori e gli attivisti quando dialogano con i politici. Generalmente questi si sentono dire che il problema non sono i rom che non vogliono integrarsi (in che cosa, poi, i politici non lo specificano mai), bensì le politiche razziste  basate su stereotipi create appositamente per i rom e i sinti. Ma puntare il dito sulle politiche è un esercizio facile, che molte volte rischia di vittimizzare i rom, come se non avessero un’agenzia propria, come se le politiche le subissero e basta. Quindi la cosa migliore da fare diventa quella di portare alla luce le esperienze personali dei rom che quelle politiche le hanno rifiutate, vale a dire, che dal campo sono usciti o che in un campo non ci sono mai entrati. Si tratta di una risorsa narrativa potente perché costringe i pregiudizi a fare i conti con una realtà più complessa dei titoli di giornale e dei “sentito dire”. Non si tratta di “storie di successo”, ma dei storie di rom qualunque: le stime parlano di circa di 200.000 rom (italiani e stranieri) residenti in Italia. Di questi “solo” un quinto (circa 40.000 persone, una cifra comunque elevata) vivrebbero in situazioni di disagio abitativo: baracche, container, “centri d’accoglienza” in muratura o edifici fatiscenti occupati.

«L’Americano bianco, in sostanza, relega il negro al rango di lustrascarpe: e ne conclude che è capace solo di lustrare scarpe». Nell’articolo “Perché Fuori Campo” pubblicato sul sito di OsservAzione, viene citata questa frase di Bernard Shaw. «Fuori campo – continua l’autrice dell’articolo e sceneggiatrice del film Caterina Miele – sfata l’ingannevole rappresentazione mediatica dei rom fondata sul comune pregiudizio che li vuole popolo votato al nomadismo, all’illegalità e all’asocialità; dimostra l’infondatezza delle politiche nazionali e locali che in Italia da più di vent’anni pensano queste popolazioni solo come un problema di ordine pubblico e all’integrazione come un processo che passa per la continua delega al terzo settore investito di un ruolo di mediazione con la società di accoglienza».

Ora Sead è rappresentante sindacale

Prima della proiezione lo scorso 20 marzo a Torino, Antonio Ardolino (OsservAzione), che insieme ad altri suoi colleghi ha appoggiato Sergio Panariello nella realizzazione del film, mi disse: «Uno dei protagonisti si chiama Sead, lo vedrai, è un rom kossovaro … Durante la realizzazione del film siamo riusciti a recuperare una scena di un documentario del 1999 in cui lo intervistano da giovane in un campo rom di Scampia. Era appena fuggito dalla guerra in Kossovo. Hai presente la classica immagine mediatica del rom che a malapena parla italiano, di fronte alla sua baracca, la madre sullo sfondo con la gonna? Ecco. Ora Sead è operaio e rappresentante sindacale a Rovigo».

A pochi minuti dall’inizio della proiezione, sullo schermo appare anche Luigi Bevilacqua, un signore calabrese impegnato a controllare i lavori della sua nuova casa. È uno dei protagonisti del film. Ma cosa ci fa un calabrese in un film sui rom? In silenzio, questa domanda fa il giro della sala. In pochi secondi la risposta arriva da sola: il signor Luigi è un rom calabrese, di Cosenza. Puoi aver studiato e aver letto molto, ma se non hai un rom calabrese per amico o per vicino è molto probabile che tu non sappia che i rom calabresi esistono. «Ho deciso di prendere parte a questo progetto perché volevo che uscisse fuori la realtà dei rom di Cosenza, di cui non si parla mai», dichiarerà Luigi Bevilacqua. «Mi interessava denunciare l’esistenza dei campi, che siano fatti da case in muratura o da baracche: restano sempre un modo per ghettizzare i rom e isolarli».

Attraverso la vita quotidiana di Sead, Leonardo, Kjanija e Luigi, “Fuori Campo” ci offre un mosaico di esperienze, sogni, aneddoti e momenti di intimità che ci insegna come, al di fuori della logica del campo, l’appartenenza etnica non è altro che un tassello in più nella vita di padri, madri, operai, sindacalisti, lavoratori, immigrati, cittadine e cittadini comuni.

“Fuori Campo” è il risultato di un lavoro collettivo di co-ricerca realizzato da un gruppo composito di documentaristi, giuristi, antropologi, attivisti rom e non rom. Il film è stato prodotto da Figli del Bronx, con le associazioni OsservAzione e Compare-Mammut, in collaborazione con Amalipè Romanò e Open Society Foundations. Informazioni sulla situazione dei rom nelle città trattate dal documentario sono disponibili sul sito di OsservAzione: Cosenza, Bolzano, Firenze.

Ha studiato Scienze Politiche Internazionali presso l'Università degli Studi di Torino. Ha un Master in Migrazioni Internazionali e Relazioni Interculturali ottenuto presso l'Università di Osnabrück (Germania). In Spagna ha lavorato come project designer e ricercatore per il Taller ACSA. Attualmente è collaboratore del gruppo di ricerca EMIGRA, studente di dottorato presso il Dipartimento di Antropologia Sociale e Culturale dell'Università Autonoma di Barcellona, e ricercatore Marie Curie presso il Center for Policy Studies della Central European University (Budapest).

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