I nuovi desaparecidos. La Politica del Terrore in Messico

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“Una sparizione costituisce forse la violazione più perversa dei diritti umani. E’ la negazione del diritto di un individuo ad esistere, ad avere un’identità. Converte una persona in un essere non-esistente. E’ il grado più alto della corruzione e dell’abuso del potere, della legge e dell’ordine per burlarsi di qualcuno, abbassandosi a commettere crimini civili come metodo di repressione contro gli oppositori politici” (Niall MacDermot, Segretario Generale della International Commission of Jurist ICJ).

Negli ultimi post di WOTS?, in cui abbiamo denunciato il caso della sparizione dei 43 studenti della Escuela Normal Rural Isidro Burgos di Ayotzinapa in Messico, abbiamo usato spesso la categoria desaparición forzada. Con il presente articolo cercheremo di trovare una definizione di questa espressione. Infatti, nonostante si tratti di un termine che il più delle volte evoca le stragi delle dittature militari cilene ed argentine, negli ultimi anni è diventato tristemente attuale in Centro America. Solamente in Messico, a partire dal 2007, le associazioni di familiari di desaparecidos hanno contato oltre 30.000 casi di sparizione forzata, più di 70 a settimana. Nell’Agosto del 2014 il governo messicano ha riconosciuto 22.611 casi di sparizioni forzate, delle quali 9.790 sono avvenute durante l’attuale esecutivo del Partido Revolucionario Institucional (PRI), presieduto da Enrique Peña Nieto, e 12.821 fra il 2006 ed il 2012, durante il governo dell’ex-presidente Felipe Calderon, del Partido de Acción Nacional (PAN). Il governo non ha reso pubblica la metodologia impiegata per ottenere questi dati e, ad oggi, tutti i casi di desaparición forzada in Messico restano irrisolti.

Secondo la Convención Interamericana Sobre la Desaparición Forzada de Personasin accordo con la definizione dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e la Convenzione Internazionale per la Protezione di Tutte le Persone Contro le Sparizioni Forzate “Si considera sparizione forzata la privazione della libertà di una o più persone, attraverso qualsiasi metodo, commessa da agenti dello Stato o da persone o gruppi di persone che agiscono con l’autorizzazione, l’appoggio o il beneplacito dello Stato, alla quale fa seguito la mancanza di informazioni o il rifiuto di riconoscere tale privazione della libertà o di informare circa l’ubicazione della persona, attraverso cui si impedisce l’esercizio dei diritti legali e delle garanzie processuali pertinenti”.

L’azione dello Stato è centrale in questa definizione, che inquadra la sparizione forzata nei termini di una strategia politica, una pratica sistematicamente orientata al controllo del territorio, attraverso il terrore. La sparizione forzata in effetti, secondo il rapporto dell’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, costituisce una forma di sofferenza doppiamente paralizzante: per le vittime, spesso torturate ed uccise; e per le famiglie, congelate in un stato di angoscia, nel dubbio circa la morte dei propri cari e le circostanze in cui essa è o non è avvenuta, sospese fra speranza e disperazione, a volte durante anni.

Le vittime “scomparse dalla società” sono private di ogni diritto e, anche nei rari casi in cui la morte non è il finale della tragica esperienza, ne porteranno per sempre le cicatrici fisiche e mentali. Il dolore delle famiglie e degli amici è spesso aggravato dall’assenza di un sistema legale in grado di disciplinare la sparizione forzata e punirne gli autori, come nel caso messicano, in cui nonostante il riconoscimento istituzionale della gravità del fenomeno, non esiste ancora una legge capace di contrastarlo. Il vuoto legislativo in molti casi spinge i cari dei desaparecidos ad intraprendere indagini autonome, esponendosi a minacce ed intimidazioni, correndo il pericolo di vivere la stessa o una peggiore sorte della vittima.

L’angoscia della famiglia frequentemente è esasperata dalle conseguenze economiche della sparizione, in quanto il desaparecido, nella maggior parte dei casi, è il principale sostegno economico del gruppo familiare. La sofferenza emotiva in questo senso è complicata dalla privazione materiale, ulteriormente aggravata dalle spese che i familiari sono costretti ad affrontare per la ricerca. Il risultato, nella maggior parte dei casi è l’emarginazione economica e sociale della famiglia.

Per conoscere meglio questo fenomeno, attraverso la narrazione di coloro che oggi ne sono vittime, vi presentiamo il documentario di Federico Mastrogiovanni, un giornalista italiano che da diversi anni vive e lavora in Messico, e del regista messicano Luis Ramírez Guzmán. A partire da un lavoro di ricerca sul campo nella repubblica messicana, durato oltre tre anni, Mastrogiovanni ci avvicina a questo complesso fenomeno attraverso interviste a familiari di desaparecidos, politologi, storici, attivisti, funzionari pubblici e vittime di sparizioni forzate.

1° Giornata di Azione Globale per Ayotzinapa 20/11/2014 ©Foto Paolo Marinaro

Federico Mastrogiovanni è un giornalista italiano che vive e lavora in Messico. Si è occupato di organizzazioni e comunità indigene, movimenti sociali e ambientali, migrazione, violazione dei diritti umani e politica in Messico ed America Latina per diversi organi di informazione internazionale, fra i quali la rivista Latinoamericana, Radio Svizzera Italiana, Il Fatto Quotidiano, Carta, Radio France Internationale, Il Manifesto, Milenio Semanal e Gatopardo. Nel 2009 è stato inviato speciale durante il golpe in Honduras e nel 2010 per il terremoto di Haití. Attualmente collabora con la rivista Variopinto ed il quotidiano brasiliano Opera Mundi.

Luis Ramírez Guzmán è originario di Celaya Guanajuato, in Messico. Ha studiato regia presso la “Scuola Nazionale di Cinema Indipendente” di Firenze. Attualmente collabora con AP, AFP, Telesur, France 24, Presstv, HispanTV y tele5monde.

Fonti e approfondimenti

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