Niente su di noi, senza di noi. Chi parla per i rom a Torino?

di

Domani e dopodomani (19 e 20 marzo 2015) si terrà presso il Campus Luigi Einaudi dell’Università degli Studi di Torino il workshop “Per l’inclusione abitativa dei rom e sinti. Pratiche e strumenti tra ricerca e policy”. L’evento è finanziato dall’European Academic Network for Romani Studies (EANRS), un’iniziativa congiunta del Consiglio d’Europa e dell’Unione Europea, che consiste in una rete di ricercatori internazionali creata per promuovere la cooperazione tra università, responsabili politici e altri attori (terzo settore e attivisti rom e non-rom) impegnati a lavorare con e per le comunità rom/Roma in Europa. L’obiettivo della rete è di sviluppare politiche non discriminatorie basate su evidenze empiriche, piuttosto che su pregiudizi e stereotipi. Prima di entrare nello specifico del workshop, i suoi obiettivi, le critiche ricevute e alcuni commenti al riguardo, è utile contestualizzare brevemente da dove viene l’eccezionalità tutta italiana (ma forse anche un po’ francese) dei campi nomadi.

Un po’ di storia italiana

A partire dalla seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso, la pretesa multiculturale di salvaguardare una presunta cultura nomade dei rom e dei sinti italiani portò all’invenzione dei campi nomadi. Venne appositamente creata la categoria amministrativa dei “nomadi” e lì dentro finirono una moltitudine di gruppi etno-culturali (sinti piemontese, rom abbruzzesi, caminanti siciliani) e successivamente nazionali (italiani, bosniaci, kosovari, rumeni, bulgari) molto eterogenei.

All’epoca, i sinti del nord Italia – per i quali  inizialmente queste politiche erano state sviluppate – avevano diminuito la loro mobilità sul territorio: la post-industrializzazione aveva portato al declino delle attività economiche “girovaghe” di cui vivevano, quali il commercio legato alle fiere di animali, le giostre, il circo, etc. Ciononostante, iniziarono a essere beneficiari di un “trattamento differenziale” da parte delle autorità pubbliche, che si sviluppava in primo luogo nella sfera dell’abitare. Vennero create aree di sosta regolari per tutelare la loro “cultura nomade”, e sulla base dello stesso principio venivano tollerati gli accampamenti spontanei ma non autorizzati.

Successivamente, furono soprattutto i rom (ma anche i non-rom) più poveri che fuggivano dalle guerre in Ex-Jugoslavia (1991-1999) e dalla povertà provocata dalla transizione post-socialista in Romania e Bulgaria (2000-2014), che si stabilivano in aree isolate o casolari alle periferie delle città italiane. Probabilmente, per alcuni di loro la debolezza delle politiche per rifugiati e richiedenti asilo rese le aree attrezzate il modo più accessibile e sicuro per soddisfare esigenze abitative provvisorie. La mancanza di intervento pubblico – spesso giustificata con la natura transitoria dei rom – insieme all’estrema povertà delle condizioni abitative, e alle difficoltà (anche amministrative) dei suoi abitanti di accedere al mercato del lavoro, trasformarono rapidamente queste “aree di sosta” in baraccopoli. In alcuni casi, progetti migratori che priorizzavano gli investimenti familiari nel paese di origine rendevano le difficili condizioni di vita nelle baraccopoli più accettabili: è questo il caso di famiglie disposte a vivere in baracche auto-costruite in Italia e a spedire i risparmi in Romania per costruire, lì, una casa .

Oggi, a più di vent’anni dalla creazione amministrativa della categoria dei “nomadi”, le politiche adottate per i rom e i sinti – ma evidentemente non con i rom e con i sinti – sono state in grado di nomadizzare, attraverso sfratti e sgomberi, una popolazione che nomade non lo era (più). I rom rumeni, per esempio, la cui migrazione verso l’Italia si è sviluppata dentro i flussi migratori dalla Romania, furono prima schiavi e servi della gleba dei principati di Valacchia e Moldavia (dall’ultimo quarto del XIV alla metà del XIX secolo) e successivamente oggetto delle politiche di sedentarizzazione attuate dal regime di Ceaușescu.

In tale contesto, lo stereotipo culturalista secondo cui i rom sono nomadi, non fece altro che legittimare e aumentare la segregazione dei gruppi rom, tanto i nazionali come gli immigrati, rispetto al resto della popolazione italiana e immigrata. Questo processo si è basato: sullo sviluppo di politiche urbanistiche e abitative oppressive (campi e sfratti) anziché inclusive (sussidi all’affitto, per esempio) e sulla esclusione dei rom e sinti dai processi decisionali che li riguardavano –  come d’altronde succede al resto della popolazione in altri settori della vita pubblica della società italiana.

Un workshop per colmare il divario tra ricerca e politica

A partire dalla complessità di questa situazione, il workshop che si terrà a Torino domani e dopodomani si propone di costruire uno spazio di confronto tra ricercatori e amministratori locali sul tema delle politiche dell’abitare che riguardano i rom e i sinti in Italia. Infatti, mentre alcune città italiane mantengono ancora campi nomadi gestiti dalle amministrazioni pubbliche (vale a dire, esternalizzati al terzo settore), altre amministrazioni locali si stanno impegnando nel superamento di queste politiche di segregazione. Il passaggio dal campo alla casa si presenta però come un processo politicamente tortuoso che racchiude in se molteplici implicazioni.

Secondo gli organizzatori, “sono poche le occasioni in cui responsabili politici possono partecipare ad un confronto tra pratiche locali, con attenzione alle specificità di ciascun territorio e alle dinamiche relazionali coinvolte nelle transizioni abitative”. Con l’obiettivo di colmare il gap tra ricerca epolitica (in continuità col titolo del bando EANRS “Bridgning the Gap between Academia and Policy Makers“) il workshop inizierà con la presentazione di alcuni casi internazionali di intervento pubblico su situazioni dell’abitare irregolare/-izzato o segregato: il caso di Madrid in Spagna e quello di Cluj-Napoca in Romania. Successivamente, in sessioni parallele, si approfondiranno le questioni nazionali distinguendo tra grandi città, piccoli centri urbani e aree regionali: Torino e Napoli, Bologna e Toscana, Roma e Reggio Calabria.

Tutte le presentazioni pretendono di enfatizzare il valore aggiunto dell’incorporazione di studi e ricerche empiriche nel processo di disegno e sviluppo delle politiche abitative rivolte ai rom e sinti. Come si può leggere sul sito dell’evento: “L’idea centrale del workshop è di stimolare un dibattito e una collaborazione fra ricercatori e policy makers che permetta di individuare nuove categorie e strumenti di intervento per la progettazione di soluzioni innovative”. (L’iscrizione al workshop si fa on-line, il programma è disponibile sul sito).

Le critiche, ovviamente

Il passato 11 marzo, dalla loro pagina Facebook, gli attivisti di “Gattonero Gattorosso” hanno sollevato alcuni dubbi relativi all’organizzazione del workshop: dubbi sui quali è importante fermarsi a riflettere. Come sempre esistono due tipi di critiche, sia per chi le riceve, sia per chi, come noi, solamente si è dedicato a leggerle: ci sono quelle un po’ superficiali e quelle che invece toccano il nocciolo della questione.

Della prima categoria fanno parte le seguenti affermazioni: (1) che invitando rappresentanti delle amministrazioni locali, quella torinese in particolare, gli organizzatori stanno appoggiando le politiche oppressive realizzate da queste; (2) che i ricercatori hanno venduto l’anima al diavolo e che i finanziamenti privati alla ricerca hanno minato alla base lo sviluppo di un pensiero indipendente e critico negli ambienti accademici; e infine (3) che gli organizzatori stanno costruendo la propria carriera come “esperti della marginalità” sulla pelle dei rom. A queste critiche del Gattonero si potrebbe rispondere così: (a) spiegare ad un/a responsabile politico/a che esistono altre categorie per comprendere e governare la società; indurlo/a a “cambiare i termini del discorso” e quindi influenzarlo/a nella sua scelta politica, non è nient’altro che una strategia complementare alla protesta, motivata dal medesimo obiettivo di dissuaderlo/a dal prendere una decisione meno giusta; (b) oggi sono le linee di finanziamento della Commissione Europea che definiscono le priorità della ricerca in Europa, mentre altri finanziatori privati sono completamente allineati al discorso EU; e inoltre all’interno delle Università esiste un’immensa eterogeneità di vedute sulla società quante ce n’è di cose in cielo e in terra: ergo la combinazione di questi due fattori garantisce il dialogo e l’esistenza (e la resistenza) di uno spirito critico nel mondo accademico; (c) se è sufficiente scrivere sulle politiche rivolte ai rom per essere accusato di vivere “sulla pelle dei rom”, anche “gli attivisti della marginalità” di Gattonero e altri potrebbero entrare nella lista degli imputati.

La città possibile (più o meno)

Altri dubbi sollevati dal Gattorosso sono invece taglienti e legittimi. Ed hanno a che fare con due temi centrali: quello della partecipazione politica/sociale e quello della produzione della conoscenza. Le organizzatrici e gli organizzatori dell’evento vengono accusati di non aver invitato le persone direttamente coinvolte dalle politiche di cui si discuterà durante il workshop. Gattorosso si riferisce in particolare alle 199 persone che il 26 febbraio 2015 sono state sgomberate dal campo di Lungo Stura Lazio, il più grande di Torino, dove vivevano un migliaio di persone.

[Le loro] baracche sono state distrutte dalle ruspe del Comune senza dar loro il tempo di mettere in salvo le proprie cose e che, senza preavviso né alternativa abitativa, sono state buttate in mezzo alla strada. Nessuno spazio neanche per le 400 persone del campo che si trovano sotto sgombero proprio in questi giorni. Nè per le 250 persone inserite in sistemazioni abitative a termine e strettamente monitorate, sulla base di criteri del tutto arbitrari, oltre che razzisti, che tra un anno potrebbero ritrovarsi in mezzo alla strada. Nè tantomeno per le persone che grazie a questo progetto hanno dovuto lasciare Torino, allontanate dall’Italia mediante foglio di via ‘fotocopiato’, ricevuto in seguito a una delle tante retate di cui il campo di Lungo Stura è oggetto, o tramite ‘rimpatrio volontario’ in Romania (Post di Gattonero Gattorosso, 11 marzo 2015).

Il maxi-sgombero in Lungo Stura avviene nell’ambito del progetto “La Città Possibile – Iniziative a favore della popolazione rom”, un’iniziativa del Comune di Torino dotata di 5.000.000 di euro gestiti da 6 organizzazioni “[con lo scopo di] realizzare percorsi efficaci di integrazione e di cittadinanza per circa 850 persone di etnia rom che abitano oggi nelle aree sosta autorizzate e non autorizzate della Città di Torino” (pagine web dell’associazione Terra del Fuoco).

Nel comunicato stampa dell’Assemblea degli abitanti del campo di Lungo Stura Lazio del 17 marzo 2015 si legge che gli abitanti del campo non sono mai stati informati nè delle caratteristiche del progetto, nè di come sono stati o verranno spesi i soldi; e aggiungono che la maggior parte degli abitanti del campo di Lungo Stura è Stata arbitrariamente tagliata fuori dalla “Città Possibile”.

Nihil de nobis, sine nobis

È a partire da questo contesto che le organizzatrici e gli organizzatori dell’evento vengono criticate/i per dare ai rappresentanti delle istituzioni torinesi uno spazio che – senza il contraddittorio delle persone direttamente coinvolte – diventerebbe l’occasione per avere un’altra passerella dove pubblicizzare ciò che in realtà non sarebbe altro che un maxi-sgombero e un’operazione speculativa. I rom di Lungo Stura infatti possono partecipare, ma nessun loro rappresentante è tra gli oratori principali.

Per quale motivo l’organizzazione non ha fatto lo sforzo di accomodare almeno una parte delle richieste di partecipazione dell’Assemblea degli abitanti del campo di Lungo Stura Lazio? Il timore è evidentemente quello di trasformare l’evento in uno spazio di rivendicazione e che, davanti a questa situazione, gli amministratori possano ritirare la loro partecipazione. Possiamo immaginare che il workshop sia stato pensato e organizzato a Torino con l’intenzione di mostrare agli amministratori della città esempi di iniziative non discriminatorie realizzate in altre località italiane, con l’obiettivo di influenzare positivamente lo sviluppo del progetto “La Città Possibile” sulla base di un dialogo costruttivo. Senza ombra di dubbio, la partecipazione dei beneficiari/vittime/non-beneficiari di quel progetto, oltre ad essere un elemento che arricchirebbe il dibattito con una prospettiva mai considerata dalla politica – perchè mai legittimata – quella dei rom, è anche un obbligo etico. (Il comunicato stampa degli organizzatori in risposta alle critiche mosse al workshop si può leggere qui).

Libertà è partecipazione

Il secondo tema, legato al primo, è quello della produzione e dell’uso della conoscenza. Prima ancora delle assemblee di quartiere, sono gli stessi ricercatori che fanno fatica ad essere riconosciuti come interlocutori dalle amministrazioni pubbliche: da qui forse i timori degli organizzatori e l’idea di colmare un gap alla volta. Sull’altro versante, invece, la ricerca sui rom e sinti in Italia crea un certo sospetto di partenza: da dove viene questa diffidenza, ostilità e competizione tra attivisti e ricercatori? Come si fa a ridurla? In Italia sono state fatte politiche agghiaccianti nei confronti dei rom, ma è difficile darne la colpa ai ricercatori, visto che raramente sono stati interpellati dai politici – come avviene d’altronde in altre sfere della vita pubblica/politica italiana.

Quindi i ricercatori sono privi di colpe? Non proprio. Chi fa ricerca sta spesso e volentieri per strada a osservare, appuntare, e partecipare attivamente alle rivendicazioni delle persone e comunità studiate; ma raramente si ferma a mettere in discussione le implicazioni etiche e quindi metodologiche del suo lavoro: quale spazio di partecipazione e quale rappresentazione dare ai soggetti/oggetti della ricerca? Chi studia le politiche rivolte ai rom ha iniziato da poco a considerare questi aspetti, ma la sensibilità del tema richiede di essere attenti/e gli aspetti etici non solo nella ricerca, ma anche in tutte le pratiche e iniziative che riguardano i rom e i non-rom. La deliberazione della gente che sta ai margini della società e che è normalmente esclusa dai dibattiti politici, è un processo potente e politicamente desiderabile, forse perchè è l’unico in grado di rivitalizzare la cultura (non la forma) democratica e assicurare la giustizia sociale. È quindi auspicabile che anche in Italia si apra un dibattito/dialogo serio tra ricercatori, attivisti rom e non-rom e politici di buona volontà sul tema della partecipazione dei rom nello sviluppo di politiche che li riguardano: il workshop che si tenne a Budapest il 13 ottobre 2014 “Roma participation in policy-making and knowledge production – Nothing about us without us?” (dove il dibattito ci fu, e fu anche parecchio acceso) potrebbe essere un buon esempio da seguire.

A domani!

Attivisti e ricercatori tendono a parlare in termini esclusivi gli uni degli altri, mentre dovrebbero accorgersi che non sono entità separate e che il lavoro degli uni è complementare a quello degli altri. Entrambi dovrebbero mettere insieme sforzi e risorse per creare una società migliore dove ogni individuo sia in grado di esprimersi e difendere i propri interessi. Questo sforzo inizia dall’educare i politici, e altri cittadini come loro, a considerare i rom e i sinti né più né meno che dei cittadini al pari degli altri. Se non lo fanno i ricercatori insieme agli attivisti, chi lo fa?

Il workshop deve ancora cominciare: forse gli etnografi, gli antropologi, i sociologi e gli scienziati politici, che per professione si muovono tra la piazza e il palazzo per capire come va il mondo, sono ancora in tempo a fare da mediatori tra se stessi, gli attivisti (con condividono gli obiettivi) e le istituzioni locali (che vorrebbero influenzare). Speriamo che i rom del campo di Lungo Stura Lazio vengano all’evento per esprimere la loro posizione e le loro proposte, e che non lascino questo compito ad altri.

Approfondimenti

La redazione di WOTS? sarà lieta di ospitare su questo sito ulteriori riflessioni e articoli delle persone e entità direttamente e indirettamente menzionate e coinvolte nel workshop, con la speranza che mettere le idee in ordine e leggere quelle degli altri/delle altre possa aiutare a costruire una società più giusta, per tutte e per tutti.

Schermata 2015-03-18 alle 03.26.36

Schermata 2015-03-18 alle 03.18.53

Schermata 2015-03-18 alle 03.19.02

Schermata 2015-03-18 alle 03.19.23

Schermata 2015-03-18 alle 03.19.36

Schermata 2015-03-18 alle 03.19.58

Schermata 2015-03-18 alle 03.20.05

Ha studiato Scienze Politiche Internazionali presso l'Università degli Studi di Torino. Ha un Master in Migrazioni Internazionali e Relazioni Interculturali ottenuto presso l'Università di Osnabrück (Germania). In Spagna ha lavorato come project designer e ricercatore per il Taller ACSA. Attualmente è collaboratore del gruppo di ricerca EMIGRA, studente di dottorato presso il Dipartimento di Antropologia Sociale e Culturale dell'Università Autonoma di Barcellona, e ricercatore Marie Curie presso il Center for Policy Studies della Central European University (Budapest).

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Diritti e cittadinanze

Torna SU