Il prisma sul terremoto dell’Aquila

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Lavinia Tribiani e Zsuzsa Bakonyi sono due giovani fotografe e artiste europee, e tante altre cose. Nell’estate 2013 iniziarono a lavorare assieme a un progetto fotografico sull’Aquila con l’obiettivo di sfidare la memoria a breve termine dei mass-media italiani e raccontare la città disastrata dal sisma durante la notte del 6 aprile 2009. Arrivarono all’Aquila per posare lo sguardo sui destini dimenticati dei suoi abitanti, le loro speranze, la loro quotidianità. Volevano farlo senza cadere nel cliché. È così che nacque “Monumento L’Aquila”: un’ode alla città di cui pochi in Italia conoscono la bellezza, un monumento per i suoi cittadini.

«Gli abitanti hanno bisogno di concentrarsi sul presente e hanno bisogno di sentire la speranza nel futuro di una sana ricrescita», scrivono Lavinia e Zsuzsa sul blog del progetto. «Abbiamo voluto creare un’opportunità per esprimere la loro posizione rispetto al mondo: noi eravamo qui, noi siamo qui, noi rimaniamo qui». Lo scopo principale del progetto è quello di sensibilizzare chi ha dimenticato la situazione in cui é precipitata l’Aquila, e di mantenere viva l’attenzione su una città sulla quale si è detto molto, tranne una cosa fondamentale: che è ancora abitata da persone che l’amano.

Il progetto è articolato in una serie di 25 fotografie che ritraggono 99 aquilani in alcuni dei luoghi più significativi della città. 99 è un numero misterioso e protettivo per la città, che ospita 99 chiese, 99 fontanelle e 99 piazze. I suoi abitanti ci scrutano da queste immagini a piedi scalzi, con la tenacia che dà il radicamento alla propria terra, e la fiducia di veder rinascere la propria città.

Zsuzsa, come hai conosciuto Lavinia e come si é sviluppata l’idea di “Monumento l’Aquila”? 

Ho conosciuto Lavinia a Milano. Era il 2010 ed entrambe frequentavamo un corso di design. Poi Lavinia andó a lavorare presso lo studio di Gaetano Pesce a New York. Io invece tornai a Budapest. Tre anni dopo, alla Biennale di Venezia, ci imbattemmo in un progetto fotografico sull’Africa che aveva l’insolito merito di trattare i problemi di quel continente da una prospettiva differente, poco sensazionalista. Davanti a quelle foto Lavinia iniziò a parlarmi della città in cui era nata e dove, dopo aver vissuto la sua adolescenza a Rieti, ed essere tornata da New York, si era trasferita per frequentare l’università. Si era ritrova a camminare per la città distrutta, a osservare i suoi abitanti depressi, i turisti che si aggiravano tra le macerie. Mi disse che tra quelle strade aveva iniziato a sviluppare l’idea per un progetto che avrebbe ambito a riflettere su quella tragedia collettiva senza mostrare la disperazione di famiglie in lacrime tra le macerie, senza mettere il dito nella piaga, senza fare del foto-giornalismo da tasca. Lavinia aveva in mente un progetto ‘positivo’, capace di guardare al futuro piuttosto che al passato. Quel progetto sull’Africa le suggeriva che era possibile farlo, ed io ero completamente d’accordo con lei.

Io dell’Aquila non ne sapevo nulla. Sapevo che c’era stato un terremoto in Italia e nient’altro. Iniziai a leggere e informarmi. A Budapest ne parlai anche con i miei amici italiani e scoprii che uno di loro, Giovanni, era proprio di lì. Una sera lo invitai a casa mia e lui iniziò a raccontarmi di come la sua famiglia aveva affrontato il terremoto, della nonna di un suo amico che volò nel letto fin giù sulla strada, del suo amico che perse la vita. Mi raccontò anche delle polemiche sulla responsabilità di quelle morti che, si diceva, si sarebbero potute evitare, e poi della storia mistica dell’Aquila. Alla fine di quella lunga chiacchierata mi sentivo totalmente e emozionalmente legata alla città.

La cosa che più mi affascinò del racconto di Giovanni era come ogni persona aveva reagito alle scosse che svegliarono la città quella notte del 6 aprile 2009: ci fu chi, rassegnato, si tirò le coperte sugli occhi; chi si svegliò in adrenalina e con un piano di fuga già in mente; chi, la faccia affondata nel cuscino, faceva fatica ad aprire gli occhi dal sonno, come ogni mattina; chi direttamente sveniva alla vista del sangue che colava dalla fronte di sua madre. Il terremoto aveva messo tutti di fronte alla sua parte più primordiale, aveva mostrato a ognuno la persona che era. Per me era la prima volta che ascoltavo storie simili e, per di più, da una persona così vicina. Le tragedie sono sempre esotiche: in Europa, a parte qualche inondazione, non siamo abituati alle catastrofi naturali. Ma queste tragedie ci mettono di fronte all’umanità, ai nostri valori, alle nostre paure. Per me quello che é successo all’Aquila dopo il terremoto é come prisma: ho la sensazione di aver capito qualcosa di più sulla società italiana, ed anche europea.

Alla fine preparammo il progetto in 3-4 mesi. Poi andammo all’Aquila per una decina di giorni, e successivamente ci fu tutto il lavoro di post-produzione. Le foto sono stampate in formelle di plexiglas tridimensionali di 9×9 cm. Abbiamo scelto un formato così piccolo per costringere il pubblico ad avvicinarsi alle immagine, a prendersi il tempo per esaminarne i particolari, e anche per costruire una relazione intima con le persone fotografate. Il formato é parte del messaggio: qui non si fa voyeurismo, qui non si fa turismo della tragedia.

Una delle foto ritrae te e Lavinia a piedi scalzi in un campo. Sei diventata aquilana anche te? 

All’inizio sapevamo che volevamo fare ritratti di persone in luoghi pubblici, davanti a monumenti e case disabitate. Poi abbiamo deciso che avremmo chiesto alle persone di fotografarle a piedi scalzi. Togliersi le scarpe prima di scattare la foto era un piccolo gesto, che in alcune foto a malapena si vede, ma per noi cambiava l’interpretazione di tutto il progetto! I piedi nudi rendono le persone più vulnerabili e allo stesso tempo le collegano a quel territorio. Poi era una costante che avrebbe collegato tutte le foto. «Può funzionare!», ci eravamo dette.

Per quanto riguarda me … prima dell’Aquila mi ero divorata libri e blog sulla storia della città. Un giorno dissi a Lavinia che nella serie finale dovevamo avere in tutto 99 persone: «99 é il numero protettivo della città e dobbiamo rispettarlo anche noi». Devo dire che sia io sia l’Aquila siamo un po’ feticisti coi numeri. Alla fine, due di queste 99 persone siamo io e Lavinia. Andò così: ci prendemmo un pomeriggio libero e Lavinia mi portò al Gran Sasso. Allontanarti dalla città serve per capire in quale territorio e in quale comunità più grande è inserita la città. È una forma per conoscerla meglio, per tornare tra le sue strade con occhi nuovi. Chiedemmo ad una signora di farci una foto con il Gran Sasso sullo sfondo.È l’unica foto fatta fuori dall’Aquila. Non pensavamo di inserirla nella serie, ma alla fine decidemmo che dovevamo apparire anche noi, per sottolineare la solidarietà con gli abitanti dell’Aquila. Quello che è successo a loro sarebbe potuto succedere anche a me.

Ovviamente dopo aver passato dieci giorni lì e aver ascoltato le storie di, diciamo, duecento persone, è stato difficile non identificarsi con gli aquilani. Con Lavinia ci sentivamo entrambe in missione. Sembra una frase un po’ banale, ma … l’Aquila mi ha accolto. Sul serio! Il primo giorno il treno di Lavinia era in ritardo, quindi iniziai a vagare per la città e incontrai per caso il signor Giovanni, un altro Giovanni, come il mio amico. Lui mi raccontò che quando era giovane aveva avuto una morosa ungherese, di cui secondo me era ancora innamorato. Insomma, fu lui che mi portò dalle suore celestine, e poi a un evento dell’associazione “jemo nnanzi” che lotta contro la letargia, la negatività e la depressione post-traumatica che ha colpito gli abitanti della città. Quando Lavinia arrivò, avevo già un amico e degli ottimi contatti per iniziare a lavorare.

Le vostre foto parlano di persone comuni, resistenti, e orgogliose della propria città. Che cos’è che non raccontano?

Le nostre foto non raccontano né il passato né il futuro. Sono il ritratto delle persone e dell’identità di quel luogo. Si vede anche la tragedia, o almeno io la vedo, ma io ero lì. Si vede la tristezza, le facce di persone che continuano a portarsi dietro la sofferenza di quella notte. Non hanno l’animo leggero, non sono contente. Ma le nostre foto non raccontano i dettagli di queste storie, non raccontano i motivi della sofferenza di ciascuno, non raccontano la tristezza di vivere nella new town, non raccontano i figli morti, la ricostruzione della città, che tra l’altro é ferma. Non si vedono questi dettagli, ma questo non importa. Penso che le nostre foto rispecchino lo stato d’animo congelato nel presente: noi le abbiamo pensate così.

E poi non raccontano questo: c’erano persone che non volevano farsi fotografare perché pensavano fossimo giornalisti. Molti sentivano che i mass-media stessero approfittando della tragedia, quindi ogni volta dovevamo spiegare che le nostre intenzioni erano diametralmente opposte. Alcuni erano disponibili sin dall’inizio, altri dovevamo convincerli: «Vogliamo che il mondo sappia quanto amate la vostra città, che sappia siete ancora qui, che resistete!», gli dicevamo.

Poi dietro ogni foto ci sono ore di lavoro. Eravamo partite che volevamo fotografare gruppi di persone. Quindi giravamo con un excel con nomi, numeri di telefono, luoghi. Un giorno passavamo per un posto che ci piaceva e ce lo segnavamo, quindi cercavamo di dare appuntamento al gruppo successivo in quel luogo. Altre volte fermavamo persone per strada. Ma prima di partire avevamo addirittura creato un evento su Facebook affinché le persone interessate si registrassero. Tra i più entusiasti c’era un gruppo di squatters che ci contattò. Per noi era fondamentale avere la comunità aquilana nella sua interezza: punk, suore, anziani, bambini e così via.

Mio nonno era di vicino l’Aquila. Quando mia madre va in Abruzzo cerca di mangiare fuori e fare shopping: «Bisogna tirar sù l’economia del territorio», dice. Vacanze responsabili in Abruzzo quest’estate? 

Sì, è una buona idea effettivamente! Se esiste ancora una senso di comunità che va oltre i confini del nostro quartiere o della nostra regione, inviterei più persone a fare lo stesso. Il problema è che in Italia c’è un’overdose di patrimonio storico e bellezza: Roma è a un centinaio di chilometri di distanza, e pochi italiani son passati dall’Aquila. Ma la sua storia è veramente affascinante: la pianta della città medioevale che ricorda quella di Gerusalemme, la posizione delle chiese che rispecchia quella delle costellazioni, il primo papa dimissionario della storia Celestino V e la sua indulgenza universale per coloro che passavano sotto la porta della perdonanza situata proprio all’Aquila, le leggende sul sacro graal … insomma, andatevi a fare un giro nell’aquilano! Ma rispettando i suoi abitanti. Glie lo dobbiamo.

Ha studiato Scienze Politiche Internazionali presso l’Università degli Studi di Torino. Ha un Master in Migrazioni Internazionali e Relazioni Interculturali ottenuto presso l’Università di Osnabrück (Germania). In Spagna ha lavorato come project designer e ricercatore per il Taller ACSA. Attualmente è collaboratore del gruppo di ricerca EMIGRA, studente di dottorato presso il Dipartimento di Antropologia Sociale e Culturale dell’Università Autonoma di Barcellona, e ricercatore Marie Curie presso il Center for Policy Studies della Central European University (Budapest).

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