Hebron: città contesa

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Hebron è la città occupata per eccellenza. Nella sua città vecchia si trova uno dei primi insediamenti israeliani della Cisgiordania (Tel Rumeida), abitato prevalentemente da ebrei ortodossi provenienti dall’Europa (e non da Israele). La loro presenza rende necessaria quella dell’esercito, il cui compito dovrebbe essere quello di vigilare su entrambe le comunità.

Le poche famiglie palestinesi rimaste in zona combattono ogni giorno una battaglia personale, oltre che quella contro l’occupazione, difendendo la propria casa dai coloni israeliani. In questa cornice di vera e propria sopravvivenza si muovono alcuni personaggi che cercano di vivere una vita normale, attraverso i numerosi check point, i soldati e i coloni; a loro deve andare tutta la nostra ammirazione poiché, invece di piegarsi ad un destino che sembra ormai inevitabile, combattono per la loro libertà e per i loro diritti.

Soldati scortano i coloni nel Settlers Tour
Soldati scortano i coloni nel Settlers Tour. Foto di Martina Azzalea

Incontro il mio amico Murad nella sede dello YAS (Youth Against Settlements), dove spesso mi reco con alcuni amici per scambiare qualche chiacchiera con i ragazzi. Da qui si ha una vista pazzesca su Al Khalil (Hebron in arabo). L’edificio ora adibito a casa, prima era un avamposto israeliano (essendo la zona abitata anche dai coloni); i soldati non sembrano gradire la presenza palestinese e lo dimostrano entrandovi spesso spaventando i miei amici. Murad vive a Wadi al Haria, ha 25 anni, si è laureato in ingegneria agricola ma non trova lavoro. La sua attività di volontario presso lo YAS è iniziata sette anni prima. La sua è una delle più grandi famiglie di Hebron (proveniente dalla zona di Dura); il suo bisnonno combatté contro il sultano ai tempi degli ottomani, poi contro l’occupazione britannica fino a quella attuale. All’età di 5 anni i soldati entrarono nella sua casa: “(…) ricordo di essermi aggrappato alla gonna della mamma e di aver provato molta paura”. L’esercitò tornò spesso, come quella volta che tornarono per cercare lo zio – il quale restò in prigione per quindici anni (condannato per la sua appartenenza ad Hamas). Egli non fu il solo della famiglia, un altro zio andò in prigione dopo la prima Intifada e molti dei suoi cugini vennero feriti e finirono in prigione. Quando scoppiò la Seconda Intifada (settembre 2000) Murad aveva 11 anni e nella scuola di Nahda i soldati entrarono tirando gas lacrimogeni dentro le classi; l’unico modo per difendersi era quello di tirare le pietre. Il 13 settembre 2001 i soldati gli sparano alla gamba e lo arrestano. Dopo otto ore di maltrattamenti presso la stazione di polizia palestinese, egli venne interrogato e rilasciato su cauzione (500 NIS). Il processo si sarebbe dovuto tenere lo stesso giorno che a Ramallah venne demolito il palazzo di Arafat (2003); il caso venne così dimenticato, ma il file potrebbe essere ancora negli archivi. Dei suoi venti cugini impegnati nella battaglia contro l’occupazione uno è stato ucciso il 5 ottobre 2001 davanti a lui, insieme ad altri quattro ragazzi. Da allora la loro casa è stata demolita e altri cinque cugini sono stati in carcere. Murad è stato arrestato molte volte ed ha rischiato di morire una volta ad esempio è stato sfiorato da un colpo di cannone sparato da un carrarmato. Un cugino è  morto in una prigione israeliana, ad un altro hanno amputato un braccio ed è stato rilasciato nel 2012 dopo dodici anni di carcere. L’episodio che ha segnato la sua vita più di tutti è stato il Massacro presso la Ibrahimi Mosque avvenuto nel 1994. Era il 15 di Ramadam, le 5 di mattina, quando Goldstein (fisico dell’esercito israeliano e colone residente a Kiryat Arba, originario di Brooklyn ed emigrato in Israele a fine anni ’80, noto per le sue posizioni estremiste) entrò e uccise 29 uomini; la moschea rimase chiusa per 90 giorni poi venne divisa in due, per renderla accessibile anche agli ebrei in veste di Sinagoga. L’evento che più di tutti convinse Murad ad aderire all’iniziativa promossa dallo YAS e’ stata la chiusura de Shuhada Street (una via che ospitava parte del mercato) nel 2001.  Successivamente quella strada divenne prima zona militare e poi fu convertita in colonia. Questo evento lo spinse ad aderire all’iniziativa promossa dallo YAS, la sofferenza lo ha spinto ad aderire ad una valida iniziativa di stampo palestinese. Lo YAS è un movimento non violento, apolitico, indipendente ed interamente palestinese.

Settlers tour e la propaganda
Settlers tour e la propaganda. Foto di Martina Azzalea

Al contrario di alcuno ONG internazionali, si è liberi di esprimere la propria opinione e non ci si deve attenere a scomode etichette. Murad mi ricorda come l’Italia sia amata da tutti a Hebron grazie anche a Luisa Morgantini (Presidente di “Assopace Palestina”, ex vicepresidente del Parlamento Europeo, è tra le figure italiane ed europee più attive nell’ambito del conflitto israelo-palestinese e dell’occupazione della Cisgiordania ), la quale ho avuto modo di conoscere proprio presso la sede dello YAS.

Mi allontano camminando tra gli ulivi mentre i soldati israeliani mi passano a fianco. Maram ed io ci diamo appuntamento nel giardino sopra al suq, è sabato e so bene che non sarà facile muoversi: oggi è il giorno del cosiddetto “Settlers Tour” durante il quale i coloni escono dalla loro zona per entrare nelle vie della città vecchia araba e fare propaganda, scortati da un centinaio di soldati, bloccando gli accessi ai palestinesi. Maram è una ragazza di 23 anni e studia presso l’Università di Hebron; vive in un villaggio vicino a Dura. Ha imparato l’ebraico guardando la televisione ed i cartoni. Allo scoppio dell’Intifada i soldati arrivarono nel suo villaggio e iniziarono a sparare puntando alla gambe delle persone: quello fu il suo primo incontro con “Israele”. Da allora iniziò a capire cosa significava vivere sotto occupazione. Lo shock più grande lo ebbe guardando il video di Mohammad al Durrah (un bambino che stava cercando di proteggersi dagli spari ma viene colpito e muore): credeva che il fatto fosse accaduto anni fa ma poi scoprì che si trattava di una tragedia avvenuta il giorno prima poco lontano da casa sua. Maram con il tempo iniziò ad abituarsi all’occupazione, ai check point di fronte alla scuola. Prima le due scuole (bambini e bambine) si ritrovavano nel parco per giocare ma dopo lo scoppio dell’Intifada per motivi di sicurezza, non furono più ammessi i maschi nel loro cortile. Tornando verso i taxi veniamo bloccate dai soldati israeliani ma ormai di casa, conosciamo qualcuno che ci accompagna verso una scorciatoia. Si mette a piovere, noi ridiamo.

Campagna per Tel Rumeida
Campagna per Tel Rumeida. Foto di Martina Azzalea

La prossima storia appartiene ad una persona straordinaria, ad un mio collega ed amico. Mahmud ha26 anni, si è appena fidanzato ed insegna inglese da quasi quattro anni. Ha studiato presso l’Università di Hebron, lavora in una scuola governativa e in un centro privata palestinese. Vive a Tel Rumeida, insieme alla sua famiglia, in piena zona H2 (H1 e H2: dopo gli Accordi di Oslo del 1995, Hebron venne divisa in due zone: H1 – sotto la giurisdizione dell’Autorità Palestinese e H2 – sotto il controllo israeliano. Tra H1 e H2 sono presenti i checkpoint.): ha sei fratelli e due sorelle. La sua casa è seriamente minacciata dall’avanzamento degli scavi archeologici israeliani che presto serviranno a rivendicare quei pochi metri quadrati rimasti ai palestinesi per costruirvi nuovi insediamenti. Essendo sempre vissuto a Tel Rumeida può vantare una lunga storia di occupazione alle spalle: oltre alla difficile convivenza, le esperienze peggiori sono quelle che vive quotidianamente passando per due check point, dove alle volte gli viene chiesto di aspettare delle ore, di mostrare i documenti ecc. Le perquisizioni non si limitano a semplici controlli, ma consistono anche di controlli corporali. Molti membri della sua famiglia sono stati arrestati o trattenuti per ore; inoltre, i coloni molestano i bambini o attaccano i suoi vicini anche tirando sassi. Loro pensano che la zona su cui si trova la sua casa sia di proprietà della colonia. Mahmud mi racconta di un episodio che lo ha segnato profondamente: durante il 2002, sotto coprifuoco, decise di allontanarsi da casa con suo padre per cercare del cibo poiché i negozi vicini erano tutti chiusi. Incontrarono una jeep militare ed i soldati iniziarono ad insultarli per poi portarli a Kiryat Arba (una colonia vicina) per interrogarli per quattro ore.

E’ giusto ricordare che non sempre i soldati sono violenti: alle volte alcuni di loro riescono a stringere amicizia con i palestinesi ma poi, siccome il cambio viene effettuato ogni sei mesi, devono ripartire. I coloni si arrabbiamo se vedono fraternizzare i soldati e la popolazione locale.

Un’altra persona alla quale devo molto, sia per essermi stato d’aiuto durante i mesi trascorsi a Hebron sia per essere un contatto importante, è Yousef. La sua infanzia è stata segnata dalla demolizione delle case da parte israeliana nella sua zona di residenza. Nella speranza di poter documentare l’occupazione e le violenze, si è laureato in giornalismo e ha iniziato a lavorare presso una radio locale. La sua attività di volontario presso il Christian Peacemaker Team è iniziata poco dopo, spinto dalla volontà di poter cambiare le cose facendo leva sulla pace e non sulla violenza. La sua tristezza deriva dal fatto che lui vede nel trattamento dei palestinesi da parte degli israeliani ciò che gli ebrei hanno dovuto sopportare sotto il regime nazista, dai massacri di Sabra e Shatila, dall’evidenza del fatto che gli israeliani non vogliono vivere insieme agli arabi.

 Controlli nel suq
Controlli nel Suq. Foto di Martina Azzalea

Queste che ho raccontato sono solo poche voci rispetto a tutti gli uomini e le donne con le quali sono entrata in contatto, con i quali ho avuto modo di condividere frammenti di vita e di presente, un presente difficile da sopportare. Arrendersi e scegliere il lato della violenza sarebbe più facile che continuare a resistere, in silenzio, credendo che la pace sia l’unica via. Io mi chiedo come loro possano ancora credere nella pace, nel mondo e nella comunità internazionale, che li ha abbandonati e che sembra non voler vedere quello che sta succedendo in queste terre. Quando ho chiesto loro quale potrebbe essere la soluzione, il futuro della Palestina, le loro risposte sono state per certi versi diverse ma hanno tutte raggiunto la stessa conclusione: non esiste soluzione.

Murad afferma che gli accordi non possono funzionare a causa dei troppi interessi internazionali; il boicottaggio non è abbastanza.

Dopo il 2000 i palestinesi hanno iniziato a prendere coscienza della propria situazione, sono sempre più informati, anche a livello internazionale. La storia ci porta l’esempio della Polonia che è stata invasa tre volte ma che ha poi definitivamente visto i suoi abitanti tornare, questo esempio come molti altri ci può far ben sperare affinché tutto si concluda nel migliore dei modi.

Maram a 13 anni iniziò a formulare una soluzione per il conflitto, ma ogni volta che provava a parlane con il padre le veniva suggerito di andare a dormire. Vedeva Gerusalemme come città di incontro tra due stati ma crescendo si accorse che quella era già la realtà. Ora crede in un unico stato dove tutti dispongano di eguali diritti e che anche a livello politico ci siano delle pari rappresentanze tra le varie entità che popolano ad oggi lo Stato di Istraele.

Mahmud prima credeva nella soluzione “due stati”. Quando era giovane (fino ai 13 anni) andava in Israele col padre (che è taxista) e la situazione non era così drammatica ma ora tutto è cambiato. Dopo la Seconda Intifada ogni terra è stata occupata, la tensione è aumentata soprattutto dopo i due attacchi contro Gaza. Ora ogni speranza è andata persa, da nessuna parte sembra che la pace sia la soluzione che i politici propongono. Non crede nella riconciliazione di Hamas e Fatah, nessuno abbandonerà le proprie poltrone e i privilegi che comportano. La corruzione è ovunque.

Yousef condanna gli Stati Uniti e tutti quelli stati che continuano a sostenere Israele e le sue menzogne. Prima dell’arrivo degli inglesi musulmani, cristiani ed ebrei vivevano in pace, condividendo la stessa terra, le stesse tradizioni e la stessa armonia. Perché tutto questo è cambiato?

Confine tra zona palestinese e colonia (Shuahda Street). Foto di Martina Azzalea
Il 15 giugno 2014 sono scomparsi tre ragazzi (coloni). Pare che, dopo essere usciti dalla scuola rabbinica che frequentavano, siano stati visti nei pressi di Gush Etzion, dove stavano cercando un passaggio verso casa. Il governo israeliano ha accusato Hamas di essere il responsabile del loro rapimento (nonostante nessuna rivendicazione ufficiale sia ancora giunta alle autorità) e il primo Ministro ha lanciato una vera e propria “caccia all’uomo” in tutta Hebron dove, da quattro giorni, è in corso un rastrellamento senza precedenti di casa in casa. I protagonisti dell’articolo mi hanno contattata dicendo di essere al sicuro e di non aver avuto ancora “l’onore” di ricevere la visita dell’esercito, la quale comporterebbe la detenzione di tutti i membri della famiglia e la devastazione della casa. Gli abitanti di Hebron vivono in una prigione a cielo aperto.

Ho lavorato a Hebron come volontaria per due mesi e mezzo, ho conosciuto moltissime persone i cui occhi non potrò mai scordare, le cui storie risuoneranno sempre nella mia testa, la cui vita mi sarà sempre cara. Credo che parlare di Palestina e di palestinesi sia difficile anche per coloro che vi hanno vissuto accanto, la loro rabbia e la loro tristezza non possono essere facilmente comprese. Tra tutte le città e i paesini che ho visitato, Hebron è senz’altro la più dura e difficile, poiché la realtà ti viene sbattuta in faccia e la sua società è molto conservatrice, ma i suoi abitanti mi hanno lasciato dentro la voglia di continuare a raccontare dei loro visi, delle loro voci e dei loro sentimenti per aiutarli a raggiungere quella soluzione nella quale neanche loro credono più.

Laurea di primo grado in Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Pavia e Laurea specialistica in Scienze Internazionali - Global Studies - presso L'Università degli Studi di Torino, ha scoperto la sua passione per il Medio Oriente in Tunisia dove ha iniziato a studiare arabo. Si è poi spostata prima in Turchia, poi in Kuwait, poi in Bahrain per poi approdare finalmente in Palestina. Dopo tre mesi trascorsi a Hebron, è tornata in Europa dove ha svolto uno stage presso la Fondazione Alkarama di Ginevra occupandosi di comunicazione e media.

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