Occupazione e autogestione in Argentina e Uruguay. Una strada anche per l’Europa?

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«Il lavoro autogestito, e specialmente quello delle imprese recuperate, parte dalla lotta per il lavoro e dall’adozione dell’autogestione come logica di funzionamento». Così apre il primo dei sette quaderni sull’autogestione, pubblicati dalla Facultad Abierta di Buenos Aires, che da oltre 10 anni segue da vicino ed analizza il movimento delle imprese recuperate in Argentina. Le caratteristiche che definiscono un’impresa autogestita sono: la gestione collettiva, la democrazia interna, l’uguaglianza tra i soci, l’utilizzo prevalente di una forma di lavoro cooperativa, la dinamica di autogestione informale, l’assenza di sfruttamento di altri lavoratori e la solidarietà sociale.

Un po’ di storia, il caso di Argentina e Uruguay

L’Argentina e l’Uruguay furono investite negli anni ’90 da una durissima crisi economica, causata principalmente dall’indebitamento dei due paesi e dalle politiche di aggiustamento strutturale imposte dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Queste politiche di taglio della spesa e di apertura ai capitali e ai prodotti internazionali causarono il fallimento di un gran numero di imprese in entrambi i paesi, non in grado di competere con gli standard e con i prezzi esteri. Le conseguenze per la popolazione furono povertà e disoccupazione altissime. In questo contesto, i lavoratori di alcune imprese decisero di cambiare il proprio destino per non ritrovarsi nella posizione di disoccupati strutturali. Occuparono le imprese abbandonate dai padroni e iniziarono a gestirle in forma cooperativa.

Questo fenomeno esplode negli anni ’90 ma non è del tutto nuovo. In Uruguay, alcuni esempi si riscontrano casi già a partire dagli anni ’60, tant’è che Juan Pablo Terra nell’86 scriveva che circa il 50% delle cooperative erano nate con un processo di recupero da parte dei lavoratori, in seguito al fallimento dell’impresa. È negli anni ’90, però, che nasce il movimento delle imprese recuperate e autogestite dai propri lavoratori, con numeri che cresceranno ancora in seguito alla crisi del 2001.

La portata del fenomeno

In Argentina oggi circa 13.500 persone lavorano in 311 imprese autogestite in seguito alla chiusura di un’impresa di mercato. Secondo il rapporto sul IV Rilevamento Nazionale sulle Imprese Recuperate, nel 2004 esistevano 36 imprese recuperate e 247 nel 2010. Questa crescita costante può essere interpretata come un cambiamento nella mentalità dei lavoratori argentini, che ora considerano l’occupazione dello stabilimento come una via percorribile per mantenere il proprio posto di lavoro, ha commentato Andrés Ruggeri, direttore della Facultad Abierta, durante la presentazione del rapporto, lo scorso 21 marzo all’hotel Bauen. I settori coperti sono molto diversi: dal metallurgico, al tessile, dal grafico al gastronomico. In Uruguay, paese di 3.300.000 abitanti, 36 imprese recuperate sono state rilevate nel 2013 secondo uno studio della Facoltà di Diritto di Montevideo sull’autogestione delle imprese. Tra i settori coperti in Uruguay spiccano quello dell’alimentazione, il tessile, il grafico, il metallurgico, dei trasporti e dell’insegnamento. In Uruguay, non tutte le imprese sono state recuperate dopo il fallimento di imprese di mercato, ma esistono anche casi di recupero di imprese pubbliche o di altre cooperative.

Bauen. Foto di Irene Bertana

I principali ostacoli

L’occupazione del posto di lavoro è solo il primo dei passi verso la ripresa delle attività in forma autogestita, che è irta di ostacoli, ci ha detto Andrés Ruggeri, cucinando churrascos a Buenos Aires. Quello che li racchiude tutti è la mancanza di un modello di autogestione che definisca una chiara strada da seguire per la creazione di un’impresa recuperata. L’autogestione è un processo dinamico in cui sono necessarie una grande capacità di adattamento da parte dei lavoratori e un buon livello di democrazia interna. Detto questo, i problemi più comuni sono la mancanza di capitale iniziale e di accesso alle materie prime, che possono essere arginati con politiche di sussidi, come in Argentina o tramite la creazione di fondi di prestito, come il FONDES istituito dal presidente uruguaiano Mujica. Una volta trovati i capitali per iniziare, non è facile inserire i prodotti nel mercato. Queste concause fanno sì che attualmente in Argentina il 26% delle imprese recuperate sfrutti meno del 30% della capacità produttiva dello stabilimento. Un altro problema frequente ha a che vedere con l’organizzazione: molto spesso i manager che erano nell’impresa prima del fallimento non prendono parte al processo di recupero, quindi i lavoratori devono imparare da zero a gestire il lavoro collettivo e ad interagire nel mercato. Ernesto, dell’impresa Chilavert, una piccola tipografia di Buenos Aires autogestita dal 2002, ci ha spiegato che prima dell’occupazione i lavoratori si preoccupavano solo di svolgere il loro compito per 8 ore. Dopo invece la prospettiva cambia completamente, l’organizzazione del lavoro, come piazzare la merce, come trovare fornitori diventano problemi collettivi, a cui si trovano soluzioni discutendo in assemblea. È un processo difficile, ma gratificante. I lavoratori di Moda Chic, che un anno fa hanno recuperato un piccolo atelier di confezione nel centro di Montevideo ci hanno raccontato che dal momento in cui hanno preso in considerazione la strada dell’autogestione hanno ricevuto delle formazioni dalla rete nazionale delle cooperative su come gestire una cooperativa di lavoratori. Ma l’ostacolo più grande resta di natura legale, la figura del lavoratore autogestito e il passaggio da proprietà privata a proprietà collettiva spesso non sono semplicemente previsti dagli ordinamenti nazionali. Questo può portare a processi e a contenziosi con gli ex proprietari, come nel caso del Bauen, hotel recuperato 11 anni fa a Buenos Aires e simbolo del movimento delle imprese recuperate in Argentina che dopo un processo di 7 anni rischia lo sgombero a favore della società anonima Mercoteles, che rivendica la proprietà dell’albergo.

Bauen
Bauen. Foto di Irene Bertana

E in Europa?

A gennaio per la prima volta si è scelto di tenere in Europa l’annuale incontro internazionale sulle imprese recuperate, intitolato ‘L’economia dei lavoratori‘, che ha visto la partecipazione di circa di 200 fra attivisti, ricercatori e lavoratori da tutto il mondo. Molti partecipanti dall’America Latina, ma anche rappresentanti di imprese recuperate da Francia, Spagna, Grecia, Serbia e Italia, con Officine Zero da Roma e Rimaflow da Milano. Il luogo in cui si è svolto è altamente simbolico: a Marsiglia, tra le mura dell’impresa recuperata Fralib, che confeziona tè in bustina. Fino al 2008 confezionava tè Lipton per il colosso Unilver, che ha deciso di de-localizzare la produzione in Polonia per abbassare i costi di produzione. Una storia ordinaria nell’Europa degli ultimi anni, dove, però, i lavoratori hanno deciso di tentare la via dell’autogestione. L’incontro ha riscontrato un incremento, anche a causa della crisi, delle lotte dei lavoratori contro la precarietà e per l’autogestione in Europa. I partecipanti hanno discusso su come resistere alla crisi creando un’alternativa di autogestione che possa rappresentare un’alternativa all’economia neoliberista. Inoltre, si è parlato di future campagne di solidarietà e di scambio tra diverse esperienze e si è impostato il lavoro per una mappatura delle imprese recuperate e autogestite sul territorio europeo. Uno studio pubblicato dalla Commissione Europea nel 2001 stima che ogni anno 450.000 imprese, che danno lavoro a due milioni di persone, sono de-localizzate in Europa. In questo contesto, l’occupazione e l’autogestione degli stabilimenti che chiudono o de-localizzano può essere una strada da seguire per mantenere posti di lavoro e sfidare il sistema di produzione capitalista. Questo, però, è un processo che non può funzionare se non accompagnato da leggi adeguate e aiuti da parte degli stati, come confermato dal rapporto di CICOPA, rete europea delle cooperative. Il rapporto si esprime a favore dell’autogestione da parte dei lavoratori come metodo per salvare posti di lavoro e raccomanda agli stati e alla Commissione di favorire questa transizione con una legislazione adeguata, che preveda la possibilità di creare imprese autogestite dai lavoratori, destinando aiuti economici, formazione e garantendo il mantenimento dei diritti sociali a coloro che decidono di intraprendere la strada dell’autogestione.

Politologa, viaggiatrice e permacultrice in erba. Si Laurea in Relazioni Internazionali e Tutela dei Diritti Umani nel 2010 a Torino con una tesi sull'economia solidale e passa i tre anni successivi a Bruxelles dove lavora per EASPD, un network europeo di servizi sociali per diversamente abili. Lascia il lavoro a gennaio 2014 per intraprendere un viaggio che con suo fratello la porterà a scoprire l'America Latina delle alternative, alla ricerca di una strada da percorrere una volta a casa, in Italia. Incontra professori, attivisti, indigeni e persone che hanno fatto scelte di vita fuori dal sistema, fino all'incontro in Colombia con la permacultura. Racconta del suo viaggio sul blog storiedellaltromondo.com

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