Uganda e HIV, un dibattito aperto tra stigma e discriminazione

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Rosemary Namubiru, 64 anni, è un’infermiera di nazionalità ugandese, impiegata da quattro anni presso il Victoria Medical Center di Kampala (Uganda). Il 19 maggio di quest’anno il tribunale di Buganda Road a Kampala ha condannato Rosemary a tre anni di detenzione dopo averla ritenuta colpevole di negligenza nello svolgimento della sua funzione: secondo la corte ugandese l’infermiera, sieropositiva e già sotto trattamento antiretrovirale, avrebbe esposto un bambino al virus dell’HIV commettendo un errore in fase di iniezione di un farmaco. La decisione della corte sopravviene in un periodo particolarmente delicato per l’Uganda, paese già teatro di una controversa e largamente discussa legislazione sull’omosessualità, recentemente sotto i riflettori a causa dell’approvazione parlamentare di un testo legislativo che criminalizza la trasmissione del virus dell’HIV e che prevede una serie di provvedimenti che stigmatizzano la condizione del sieropositivo.

Ai fini di comprendere a fondo il contesto politico e mediatico in cui la condanna di Rosemary ha avuto luogo è necessario soffermarsi sui dettagli che hanno condotto l’infermiera ugandese al centro di un dibattito nazionale ed internazionale sull’efficacia delle misure governative in tema di prevenzione dell’HIV. Il 7 gennaio 2014 Rosemary si è ritrovata a dover trattare un bambino di due anni accolto presso il Victoria Medical Center di Kampala. Nell’intento di amministrare un farmaco al bambino via iniezione, l’infermiera ha incontrato delle difficoltà nell’individuare la vena a causa della turbolenza del paziente che, né la mamma né l’infermiera stessa sono riuscite a contenere; tale turbolenza ha avuto come risultato che l’infermiera si pungesse sul dito con la siringa destinata al bambino. L’infermiera dopo essersi accuratamente medicata ha somministrato l’iniezione come previsto. La madre del paziente, nel dubbio che l’infermiera avesse somministrato l’iniezione con la stessa siringa con cui si era accidentalmente punta, ha deciso di rivolgersi alle autorità che, dopo aver verificato tramite test la sieropositività dell’infermiera, non hanno esitato ad arrestare Rosemary di fronte ad un folto gruppo di giornalisti e di condurla presso la prigione di Luzira. Il bambino, sottoposto al test HIV per valutare l’eventuale contagio, è risultato negativo ed è stato posto sotto un regime di profilassi precauzionale per i due mesi seguenti.

Rosemary Namubiru, asciuga le proprie lacrime in tribunale a Kampala (AP Photo)
Rosemary Namubiru, asciuga le proprie lacrime in tribunale a Kampala – Foto di AP Photo

Le modalità secondo cui i media locali hanno interpretato e diffuso gli avvenimenti lasciano intendere che una condanna per Rosemary Namubiru fosse già stata confermata ovvero quella mediatica. Il 14 gennaio Howwe Entertainment pubblica un articolo intitolato “infermiera omicida accusata di tentato omicidio viene detenuta”, raccontando una tendenziosa versione dei fatti e insinuando, senza alcuna prova, che l’infermiera avesse iniettato di proposito il proprio sangue nelle vene del bambino, sapendo di essere sieropositiva e con l’intento di contagiare il paziente con il virus. The Africa Report del 15 gennaio intitola un articolo “infermiera sieropositiva inietta il proprio sangue ad un bambino” dando a sua volta una singolare interpretazione dell’intenzionalità dell’accaduto e attribuendo all’infermiera l’aggettivo di “diabolica”. Segue un editoriale sul sito AllAfrica.com, che, nell’intento di raccontare l’accaduto e di spiegare le difficoltà che il personale di polizia ha incontrato nell’individuare un reato specifico da attribuire all’infermiera ( alla fine si è optato per la sezione 171 del codice penale che sanziona coloro che, tramite un atto di negligenza, diffondono un infezione o una malattia), sottolinea l’inadeguatezza della legislazione ugandese ad affrontare casi di questo tipo, auspicando indirettamente l’approvazione del “HIV and Aids Prevention and Control Bill” ovvero la legge approvata ultimamente in parlamento e tanto discussa dalla società civile e dalle organizzazioni a difesa dei diritti dell’uomo. Se sul piano mediatico il caso non è stato trattato con la dovuta delicatezza, anche in termini legali i diritti di Rosemary non sono stati tutelati nel migliore dei modi. Secondo la costituzione ugandese ( sezione23(4)(b) ) ogni persona accusata di un reato non può essere detenuta per più di 48 ore prima di un’udienza. Nello specifico Rosemary è stata detenuta per quattro giorni prima del suo primo processo. All’infermiera ugandese è stata rifiutata la possibilità di essere rilasciata sotto pagamento di una cauzione; tale decisione è stata giustificata dalla convinzione che possa rappresentare un pericolo per la società, sebbene non ci fosse alcuna prova dell’intenzionalità del suo atto. In fase di rilascio della sua dichiarazione, l’infermiera non ha beneficiato della presenza di un avvocato e non ha ricevuto alcuna assistenza legale per tutta la sua prima settimana di detenzione. Sebbene la costituzione ugandese preveda alla sezione 28 che “ ogni persona accusata di un crimine abbia diritto a godere del tempo necessario per preparare la propria difesa”, gli avvocati di Rosemary non hanno ricevuto alcun documento relativo alle prove dell’accusa, se non un giorno prima del processo.

Many Ugandans are wary of getting tested because of the stigma of being HIV-positive
Put your love to the test – Molti cittadini ugandesi rimangono cauti nel recarsi ad effettuare il test HIV a causa del possibile stigma dell’essere sieropositivi.

La facilità e la velocità con cui i media hanno condannato Rosemary Namubiru e le modalità attraverso cui l’infermiera ugandese è arrivata a difendersi in aula non sono una semplice coincidenza, ma sono strettamente legate ad un clima sociale e ad una strategia governativa in favore dell’approvazione del “HIV and Aids Prevention and Control Bill”. La legge in questione è stata ampiamente criticata da parte di numerose organizzazioni della società civile, nazionali e internazionali. Nello specifico esistono alcune misure legislative presenti nel testo che hanno destato l’attenzione della società civile e delle organizzazioni internazionali che da tempo fanno pressione sul governo per modificare il testo in questione. Il disegno di legge prevede l’obbligo di effettuare il test dell’HIV per le donne incinte e per i loro partner ( clausola 14 b-c) : tale misura, se applicata, rappresenterà una chiara violazione dei diritti fondamentali dell’uomo e del diritto ad un consenso informato, avendo un impatto diretto sull’assistenza prenatale. Le donne, bersaglio potenziale di tale misura, si terranno alla larga da ospedali e strutture sanitarie, aumentando così il numero di bambini infettati a causa della trasmissione madre/figlio. Sebbene a livello internazionale vi sia una posizione condivisa sulla criminalizzazione della trasmissione HIV in quanto provvedimento contro produttivo rispetto ad una strategia di prevenzione, il disegno di legge criminalizza la trasmissione del virus, tentata o intenzionale, creando una serie di misure legislative parallele a quelle già presenti e identificando un bisogno non necessario di criminalizzare lo status di sieropositivo. La clausola 21 (e) viola un altro principio fondamentale, questa volta in ambito medico ed è quello della confidenzialità : l’articolo invita il personale medico a divulgare la sieropositività al virus dell’HIV a terzi nel caso in cui esista un “chiaro pericolo di trasmissione” verso una persona con cui la persona infetta è in contatto fisico costante, non limitandosi a partner sessuali.

Considerando che l’Uganda è uno dei tre paesi africani in cui si sta verificando un aumento del tasso di diffusione dell’HIV (6,5% – 7,3%), l’approvazione di questa legge ( che ha già passato il giudizio del parlamento e che attende una firma del presidente) potrebbe causare un ulteriore aumento. I provvedimenti al suo interno prevedono una violazione dei diritti dell’uomo, incoraggiano un clima di discriminazione verso il sieropositivo ( e l’esperienza della comunità omosessuale insegna) e creano un disincentivo alla partecipazione in programmi di prevenzione, trattamento e assistenza, con una particolare attenzione ai servizi di supporto per l’eliminazione della trasmissione tra madre e figlio, che hanno invece un’efficacia garantita sulla popolazione.

Fonti e approfondimenti

Laurea di primo grado in Relazioni Internazionali e Laureando in Sviluppo, Ambiente e Cooperazione presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Torino. Pluriennale esperienza sul campo nel settore dell’aiuto allo sviluppo, in particolare nell’ Africa Sub-Sahariana e nei paesi membri dell’East African Community ed editore dell’area “Eastern Africa” di GLOBI – Osservatorio Globale sull’Inclusione. Attualmente è basato a Juba, in Sud Sudan, dove supervisiona il reparto approvvigionamenti di un’organizzazione non governativa che opera in ambito sanitario.

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