C’è aria di crisi nel Golfo

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La crisi diplomatica che ha investito il Golfo nei mesi scorsi ha riscosso poca attenzione da parte dei media occidentali. In breve. In data 5 marzo 2014 l’Arabia Saudita annunciò il ritiro ufficiale del suo ambasciatore dal Qatar, seguita da Bahrain ed Emirati Arabi. Tale decisione fu presa in seguito alla mancata ratifica da parte di Doha in sede di Consiglio degli Stati del Golfo della clausola relativa al cosiddetto “unified destiny” in termini di sicurezza. Questo accordo, datato 23.11.2003, prevedeva la presa di lontananza dai Fratelli Mussulmani e l’impegno a scoraggiare il movimento di iraniani sospetti nel Golfo. Il Qatar aveva precedentemente ratificato questo documento, per ben due volte, senza però adottare le misure necessarie per implementarlo. Inoltre, l’Arabia Saudita aveva già da tempo avanzato accuse pesanti nei confronti di Doha, quali: interferenza negli affari interni degli altri stati del consiglio, il supporto di entità considerate pericolose per la stabilità e la sicurezza della zona e critiche nei confronti dell’emittente televisiva Al Jazeera.

Saud Al Faisal, attuale Ministro degli Esteri, affermò poche settimane dopo che la crisi diplomatica non si sarebbe risolta finché il Qatar non avrebbe rivisto le sue posizioni politiche relative ai tre punti critici precedentemente presentati.

Nonostante la crisi stia coinvolgendo tutto il Golfo, è l’Arabia Saudita a condurre i giochi. Tra di essa ed il Qatar non vi è mai stato un rapporto del tutto pacifico. Gli screzi risalgono agli anni ’90  per trascinarsi fino allo scoppio delle Primavere Arabe, quando i due paesi presero posizioni del tutto diverse, per non dire opposte.

Ma torniamo al Consiglio degli Stati del Golfo. Esso venne inizialmente pensato come un fronte unito contro lo strapotere dell’Iran negli anni ’80; l’idea fu tuttavia respinta, soprattutto dal Kuwait e dall’Oman. Successivamente venne preferita una visione più moderna, incentrata sulla collaborazione e la cooperazione tra gli stati membri, in termini economici, di sicurezza e di circolazione.

Alcuni considerano l’attuale crisi la più grave dopo l’invasione irachena. I principali punti critici continuano a rimanere le singole posizioni di Arabia Saudita e Qatar in due paesi chiave del Medio Oriente: Egitto e Siria.

In Egitto, i Fratelli Mussulmani e Morsi hanno ricevuto da subito ingenti aiuti economici da Doha e una delle loro guide spirituali (Sheikh Yusuf Al Qaradawi) risiede tutt’ora in Qatar; il resto del consiglio ha preso fin da subito le distanze dal partito, e non solo in Egitto.

Per quanto riguarda la Siria, invece, l’appoggio del Qatar al Nusra Front (oppositore del regime di Bashar Al Assad) ha sucitato pareri contrastanti. Secondo alcuni, tra cui Theodore Karasasik – direttore del settore ricerca e consulenza presso l‘INEGMA (Institute for Near East and Gulf Military Analysis) di Dubai – la situazione attuale potrebbe essere paragonata ad una vera e propria Guerra Fredda, se si prende in considerazione anche il pericoloso avvicinamento tra il Qatar e la Turchia (relazione che potrebbe destabilizzare l’intera area).

La risposta dell’Arabia Saudita, per ora, è limitata a sole minacce, come la chiusura del proprio spazio aereo e dei confini, decisione che preoccupa Doha per la sua dipendenza in termini di approvvigionamenti ma anche l’Unione Europea poiché il Qatar rappresenta un importante fornitore di gas. L’ipotesi, tuttavia, è lontanamente realizzabile. Il panorama descritto dalla maggior parte dei ricercatori in materia non è del tutto roseo ma neanche tragico: quello che bisogna aspettarsi è la  soluzione della crisi in tempi molto lunghi.

Il 25 marzo a Kuwait City si è riunito il 3° Summit Arabo – Africano al quale hanno partecipato 71 paesi (tra i quali i 22 membri della Lega Araba). Le questioni discusse relative alla corrente situazione in Medio Oriente sono state: le trattative di pace tra Israele e Palestina, la guerra in Siria e le ripercussioni delle Primavere Arabe. L’atteso mediatore della crisi del Golfo, l’emiro del Kuwait, non è riuscito a sbloccare la crisi tra i cosiddetti “GCC countries”. Il Summit si è concluso con un nulla di fatto, sottolineando alcune posizioni già prese da tempo: l’appoggio ad Abu Mazen nel negare il riconoscimento di Israele come stato “ebraico” (il che negherebbe ai rifugiati il diritto al ritorno) e la presa di coscienza del problema dei siriani in Libano e del pericoloso sbilanciamento demografico nel paese.

Un rappresentate presente al congresso
Un rappresentate presente al congresso

L’Arabia Saudita ha inoltre ribadito la sua posizione di intransigenza nei confronti della circolazione di iraniani ritenuti sospetti negli stati del Golfo insieme alla necessità di rinnovare l’impegno alla lotta contro il terrorismo. Gli stati africani hanno invece sottolineato come gli aiuti economici verso la parte più povera del continente debbano essere aumentati.

In totale sono stati condotte una trentina di discussioni bilaterali, Riyad ha assicurato ingenti aiuti economici a sette stati africani e il primo ministro dell’Etiopia Hailemariam Desalegn ha ricordato come il problema dell’immigrazione e dei lavoratori africani del Golfo debba essere regolato attraverso nuove leggi. Il quarto Summit si terrà in Africa nel 2016.

Della crisi nel Golfo si è solo accennato, nessuno dei presenti al Summit ha voluto affrontare l’argomento il quale era stato precedentemente annunciato come uno dei punti al centro dell’incontro in Kuwait. L’ipotesi della Guerra Fredda potrebbe anche funzionare se il Qatar si limiterà ad un appoggio discreto in Egitto e in Siria, appoggio che molti, tuttavia, considerano ormai fin troppo evidente.

Fonti

Laurea di primo grado in Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Pavia e Laurea specialistica in Scienze Internazionali - Global Studies - presso L'Università degli Studi di Torino, ha scoperto la sua passione per il Medio Oriente in Tunisia dove ha iniziato a studiare arabo. Si è poi spostata prima in Turchia, poi in Kuwait, poi in Bahrain per poi approdare finalmente in Palestina. Dopo tre mesi trascorsi a Hebron, è tornata in Europa dove ha svolto uno stage presso la Fondazione Alkarama di Ginevra occupandosi di comunicazione e media.

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