La Puya contro la miniera. Guatemala, due anni di lotta e una vittoria

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Le miniere d’oro a cielo aperto prevedono un tipo di estrazione messo in discussione in molti paesi a causa degli impatti gravi e irreversibili per l’ambiente, tra i quali la desertificazione dei suoli e l’eccessivo sfruttamento ed inquinamento delle acque sotterranee. Quest’ultimo ad opera di fanghi tossici, conseguenza del processo di lisciviazione che consiste nella separazione del metallo attraverso cianuro.

Progetti di tale tipo sono soliti annoverare tra i loro impatti lo smantellamento del tessuto sociale delle comunità coinvolte, ciò anche a ragione dei meccanismi e delle pratiche di corruzione e regolazione del conflitto spesso messi in atto dallo stesso gruppo impresario con la complicità delle autorità competenti. In Guatemala la situazione è aggravata dalla prassi, da parte delle compagnie minerarie, di avvalersi di imprese di sicurezza privata create da ex-militari in pensione che optano per una gestione militare dei rapporti con la popolazione. Il caso del Guatemala inoltre é particolare anche per l’alto numero di progetti  minerari presenti e previsti (almeno 200); frutto di una politica mirante all’attrazione di investimenti stranieri attraverso la liberalizzazione della terra e delle risorse naturali e che ha subito una notevole accelerazione a partire dall’approvazione degli accordi di pace, firmati nel 1996 dal presidente Álvaro Enrique Arzú e l’Unidad Revolucionaria Guatemalteca.

C’é dell’oro a S. José!

Il 2 maggio 2012, nella comunità la Puya, comune di S. Jose del Golfo, a qualche chilometro da Ciudad del Guatemala, un gruppo di abitanti ha deciso di unirsi in un movimento di resistenza e bloccare il progetto minerario ProgresoVII-Derivada. Viene così edificato un campo base di fronte all’entrata del cantiere minerario ed a turno da più di due anni, la popolazione vi trascorre notte e giorno, pronta ad impedire la circolazione dei macchinari ed ogni proseguimento dei lavori.

ProgresoVII-Derivada é una concessione mineraria di 20km², appartenente inizialmente all’impresa canadese Radius Gold Corp che opera in Guatemala attraverso la sua prestanome EXMINGUA (nessun sito internet rintraccibile). Il progetto non é l’unico interesse minerario nella regione registrato a nome di EXMINGUA, che al presente annovera altri cinque licenze di esplorazione, per un totale di circa 84km². I minerali ricercati sono principalmente oro, a cui seguono argento, zinco e rame (Lliescas, G. 2014). A fine agosto 2012 Radius Gold Inc. vende EXMINGUA a Kappes Cassiday and Associates (KCA). La decisione é con molta probabilità legata alle difficoltà riscontrate nell’avanzamento dei lavori a causa della protesta delle popolazioni.

Miniera “Progreso VII” (agosto 2012). Foto di Maura Benegiamo.

Nella zone occupate dall’impresa vivono e lavorano numerose persone appartenenti alle comunità di El Carrizal, La Laguna, San Antonio el Ángel, El Dulce, Guapinol, El Sastre, Los Achiotes y La Choleña, San José del Golfo, San Pedro Ayampuc. Ci troviamo inoltre in quello che è indicato come il corridoio secco del Guatemala, qui le famiglie ricevono acqua per uso domestico per un totale di quattro ore alla settimana. Se si pensa che una miniera d’oro consuma in media 250 metri cubi acqua all’ora è abbastanza comprensibile come la presenza di un progetto minerario sia causa di allerta e rifiuto tra gli abitanti.

L’oscura morte di Santos Ajau Suret, attivista sin dall’inizio della resistenza; il tentato omicidio effettuato a danno di Yolanda Oquelì ed il sequestro di Milton Carrera, due tra i principali leader del movimento, testimoniano non solo la posta degli interessi in gioco, la determinatezza dell’impresa a perseguire l’investimento, ma anche il valore di una comunità campesina guatemalteca nel persistere in una lotta cosi difficile.

Oltre a far fronte agli attacchi della compagnia e relativi tentativi di corruzione e divisione comunitaria, essere nella resistenza significa anche trascorrere la maggior parte del tempo libero nel presidio di fronte all’entrata della miniera: una serie di pensiline costruite su una strada di terra battuta e circondate da colline coltivate a mais, dove sono stati portati letti ed amache d’occasione. L’autotassazione ed il contributo volontario fa si che al presidio si possa cucinare, scaldarsi e far arrivare un po’ di corrente durante la notte.

Cartello all’entrata del presidio. Immagine del documentario “Progreso 7. Oro, armas y resistencia”.

Cominciato come movimento di protesta, gli abitanti di S. José del Golfo han saputo organizzare in maniera esemplare il proprio percorso di resistenza. Da una strada di passaggio, il presido si é trasformato in un territorio di costruzione comunitaria ed in uno spazio di partecipazione, dove si organizzano eventi ed incontri e si accolgono giornalisti e rappresentanti di altri movimenti.

Inoltre, forti dell’idea che l’unica entità con cui fossero tenuti a dialogare fosse lo Stato e non un’entità privata, gli abitanti sono riusciti a costringere governo ed impresa ad un tavolo di concertazione, la Mesa de Alto Nivel, nella quale hanno esposto a più riprese la loro determinatezza ad andare avanti sino a quando la compagnia non avesse deciso di ritirare l’investimento.

Il 2 maggio 2014 la resistenza ha compiuto due anni, pochi giorni prima, il 27 febbraio 2014, alle sette di mattina gli abitanti di S. José del Golfo e della comunità la Puya allentano per la prima volta il tenace blocco edificato alle porte del progetto. Una fila di macchinari si fa strada tra le persone, lasciandosi alle spalle il cantiere.

Il ritiro dei macchinari rappresenta una prima vittoria del movimento ed un forte segnale di rinuncia da parte dell’impresa, é per festeggiare questo momento che decidiamo di presentare il documentario girato in Guatemala nell’estate del 2012, a sei mesi dall’inizio di questa storia.

Di formazione filosofica, attualmente è dottoranda del corso di Pianificazione territoriale e politiche pubbliche del territorio dell’università IUAV di Venezia in collaborazione con il centro di ricerca EIC/LAIOS dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, di Parigi. Si interessa alla questione dei conflitti socio-ambientali legati all'uso intensivo delle risorse naturali, con particolare attenzione alle relazioni tra impresa e territorio. Lo sguardo ai conflitti è finalizzato ad un’attività di ricerca che interroga le modalità di vivere ed intendere la cittadinanza e le trasformazioni che questa categoria sta subendo nel contemporaneo. Ha lavorato con movimenti ambientali e sociali in Italia, Messico, Guatemala e Senegal e svolto attività di consulenza per ONG impegnate in campagne di advocacy in situazioni di conflitto.

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