Guatemala: la pace neoliberale fa esplodere i conflitti

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Il Guatemala é un paese caratterizzato da tensioni politiche molto acute ed indicatori sociali preoccupantemente bassi. Con un coefficiente di Gini pari a 56, si situa tra i primi 20 paesi con la più iniqua distribuzione del reddito nel mondo, secondo nel continente solo ad Haiti per malnutrizione. Il 50% della popolazione vive in povertà, di questa il 35% si situa al di sotto della soglia di povertà nazionale ($2 al giorno) e il 15% vive in povertà estrema ($1 giorno) (World Development Indicators).

Reduce da uno dei più sanguinosi conflitti armati del mesomerica, durato 36 anni, il paese ha ancora viva la memoria della violenza che portò a quello che viene definito come il più crudele genocidio della popolazione maya dopo l’invasione spagnola (REMHI, 1998). Il mancato riconoscimento di questa violenza e la difficoltà nell’individuare i colpevoli, contribuiscono ad alimentare il senso di ingiustizia tra la popolazione e di distanza tra cittadini ed istituzioni.

Lo stesso Otto Perez Molina leader del Partido Patriota (PP) al potere dal 2011 e tra i più influenti partiti del paese (vi fanno parte più di un terzo dei sindaci), é un ex generale dell’esercito guatemalteco, entrato in pensione nell’anno 2000, ed accusato di fronte alle Nazioni Unite dall’associazione indigena Waqib Kej di aver guidato operazioni militari che hanno comportato la decimazione di diversi villaggi indigeni nel nord del Guatemala e di esser responsabile di atti di tortura nei confronti di avversari politici e leader di movimenti sociali.

Data la sua posizione strategica nel continente, il Paese si é convertito anche in un territorio chiave per la tratta di uomini (migranti) e per il traffico di droga diretto verso Messico e Stati Uniti. La presenza di alcuni tra i più grandi cartelli di narcotrafficanti ed un tasso medio annuale di omicidi giornalieri del 17,8 (UNDP, 2010) ha contribuito a porre il problema della sicurezza al centro della discussione politica. È proprio su tale problematica che si é incentrata la campagna elettorale di Molina il cui discorso securitario basato sullo slogan della mano dura contro la criminalità aveva riscosso un grande successo, forte anche dell’alto numero di ex militari presenti tra i membri del PP:   presentati a garanzia di una capacità tecnica di competere con il crimine organizzato (El Observador, 2012).

Nonostante le premesse, le associazioni sindacali ed i movimenti sociali accusano oggi pubblicamente il governo di confondere criminalità e protesta sociale, riservando ad entrambi lo stesso trattamento basato sull’intolleranza e la risposta militare.

Accordi di pace e riforme di mercato

A partire dall’anno 1996, con la firma degli Accordi di Pace tra il presidente Alvaro Arzù e l’Unidad Revolucionaria Nacional Guatemalteca-URNG, inizia un processo di ricostruzione della società civile e di incitazione alla partecipazione di quest’ultima alle politiche governative che non sembra però dare i risultati sperati. Uno dei punti centrali degli Accordi di Pace riguardava la riforma agraria ed il processo di ridistribuzione terriera, viene così creato nel 1997 il programma Fontierras, un fondo di credito governativo finanziato dalla Banca Mondiale attraverso il suo Program of Market Assisted Land Reform (MALR). Nel periodo 1997-2008 Fontierras é riuscito a ridistribuire appena il 4% della terra coltivabile ed a meno del 5% delle famiglie senza terra del paese (Alonso-Fradejas, 2013). Inoltre molte delle terre ottenute tramite tale sistema sono già state vendute e coloro che invece le mantengono sono fortemente indebitati. Dal 2009 cessa la concessione di credito per l’acquisto e rimangono solamente gli aiuti per l’affitto su base annua.

Tra le cause principali del fallimento del MALR si annoverano la bassa qualità delle terre vendute e le condizioni economiche create dalle politiche di aggiustamento strutturale che hanno smantellato il sostegno statale per i piccoli agricoltori e indebolito la loro posizione nel mercato (Alonso-Fradejas, 2013). Il risultato di tutto ciò é che il tasso di distribuzione terriera in Guatemala si mantiene ai livelli precedenti il conflitto: ovvero l’8% degli abitanti del paese detiene il 78.1% della terra coltivabile, uno dei tassi più alti del continente Latino Americano (Instituto Nacional de Estadística, 2003).

Se i programmi della Banca Mondiale destinati a colmare il deficit agrario sono stati progressivamente abbandonati o possono essere dichiarati falliti, i tentativi di sviluppare un’ ‘economia dei vantaggi comparati’ per poter incentivare l’arrivo di capitale estero mediante investimenti diretti sembra invece star funzionando. A partire dal 1996 il paese assiste ad un aumento esponenziale dei flussi di FDI (UNCTAD, 2011), anche se non raggiunge ancora i livelli di altri stati come ad esempio il Peru.

La spinta all’arrivo di tali investimenti é data da un’ondata di privatizzazioni promosse dallo stato guatemalteco a partire dagli anni 90′ e che coinvolgono la quasi totalità dell’economia del paese: dalle telecomunicazioni alle infrastrutture. Nel primo decennio di pace viene varata la riforma del settore elettrico e la privatizzazione dello stesso che promuoverà l’arrivo di compagnie statunitensi, spagnole e francesi interessate a sfruttare l’enorme potenziale idroelettrico del paese e le possibilità di commercio energetico all’interno di grandi progetti infrastruttturali come quelli del Plan Puebla Panamà (Solano, 2008).

Mapa Derechos Mineros Otorgada Fuente: Ministerio de Energia y Minas 2012 Republica de Guatemala
Mappa dei diritti minerari. Fonte: Ministerio de Energia y Minas 2012, Republica de Guatemala.

Sempre in questo periodo le riserve di petrolio situate nelle aeree protette del Peten vengono concesse per lo sfruttamento. L’approvazione della nuova Ley de Mineria nel 1997 porterà in breve tempo il settore minerario ad essere uno dei settori portanti dell’economia guatemalteca (Ministero Affari Esteri Italia, 2011). La riconversione dell’elite guatemalteca latifondista (riconducibile ad un totale di 12 famiglie,  Casaús Arzú, 1995; Prado) in produttori di etanolo per il mercato, segna l’ultimo passaggio di un’economia basata sullo sfruttamento intensivo del territorio. La trasformazione dei grandi latifondi di caffé e cotone in coltivazioni di palma africana per la produzione di agrocarburanti é in costante espansione, quest’ulitma, unita alle colture di canna da zucchero, arriva a ricoprire  oggi il 47% del territorio nazionale (Alonso-Fradejas, 2012).

Gli enormi impatti ambientali che tutte queste attività provocano; la riaccellerazione della concentrazione terriera; l’alterazione del mercato fondiario a causa dell’aumento del prezzo della terra; l’espulsione di contadini dai campi coltivati;  la non partecipazione popolare alle scelte di sviluppo; gli interessi elitari ed illegali (sopratutto del narcotraffico) che si organizzano attorno a tali economie sono tutti elementi che vanno a formare il mix esplosivo alla base dell’ondata di proteste che a partire dai primi anni 2000 hanno ricominciato a scuotere il paese. Quest’ultime si sono formate principalmente attorno agli effetti dell’industria mineraria dell’oro, e in particolare al progetto miniero Marlin situato nel nord ovest del paese (Yagenova e García 2009; Castagnino, 2006). L’alto numero di progetti minerari presenti e previsti: 359 licenze totali concesse e 100 riguardanti minerali metallici, di cui 33 già in attività e il resto in fase di perlustrazione (Governo Guatemala), ha poi contribuito al diffondersi dell’indignazione popolare che si é accompagnata ad una serie di conflitti ‘preventivi’.

Tra gli interessi rappresentati dalla rivendicazione indigeno-contadina e quelli sostenuti dalle forze sociali al governo sembra esistere una frattura le cui radici debbono essere ricondotte al conflitto armato e a prima di questi. Ne é una testimonianza il documento redatto dal Governo del Guatemala a marzo 2012 dal titolo ‘Organizaciones que promueven la conflictividad social en Guatemala’ dove  ‘grupos opuestos a las inversiones privadas en temas como distribución eléctrica, minería, hidroeléctricas y la agricultura comercial‘ sono accusati di fomentare l’odio e la violenza nelle comunità rurali, approffittando dell’ ‘ignoranza e dell’arretratezza’ di quest’ultime. Tali gruppi, spesso in collaborazione con la chiesa cattolica e parte della cooperazione sono accusati di promuovere “una visión bucólica y pre-moderna sobre el campesinado, los pueblos indígenas y la naturaleza en los países tercermundistas, a los cuales consideran sería mejor mantener en su estado actual“. 

Tracce della manifestazione contro gli impatti dell’industria estrattiva, Città del Guatemala. Foto di Maura Benegiamo.

In difesa del territorio, costruendo territori

Il proliferare dei conflitti contro l’industria estrattiva in Guatemala consegue dunque ad una politica nazionale che ha come principale oggetto il territorio e le risorse naturali (El Observador, 2011). Da ciò deriva anche la difficoltà a separare, tanto nell’analisi quanto nei discorsi di protesta, il ruolo dell’attività estrattiva da altre attività come quella idroelettrica e dalle monocolture di agrocombustibile. Allo stesso modo risulta difficile isolare un singolo caso locale e lavorare ad una scala che non sia nazionale. Non vi è un solo caso di conflitto ambientale, ma una molteplicità di casi che coinvolgono comunità non indigene e le diverse comunità maya, legate tra loro a seconda dell’appartenenza a determinati ceppi linguistici ed interconnesse da una rete di solidarietà che contribuisce al mantenimento di tale ‘stato di allerta’.

La maggior parte dei conflitti si dà in maniera preventiva al possibile inizio di un’attività estrattiva. Questo ha condotto anche a situazioni in cui turisti o persone estranee alle comunità, che si trovavano a passeggiare nei paraggi, siano stati allontanati o fatti prigionieri dalle autorità ancestrali locali, accusati dell’intenzione di ‘meter la mineria’. Ciò è spiegabile sia con l’alto numero di progetti previsti sia con l’aumento della sfiducia e del sospetto causata dalla totale assenza di comunicazione che caratterizza tali progetti.

Vi è una sostanziale distanza tra l’idea e l’uso del territorio veicolato dal governo e quello veicolato dalle popolazioni, tale per cui nessuna ingerenza dello stato in materia ambientale è più considerata accettabile. Ma la rivendicazione delle popolazioni guatemalteche si é trasformata in un processo di discussione sociale che supera il rifiuto dell’attività mineraria strutturandosi in una richiesta di riforma dello stato in una prospettiva plurinazionale che valica gli stessi confini nazionali, includendo le popolazioni maya residenti in Chiapas, Mexico (Pronunciamiento pueblo mam de Guatemala y Chiapas, 2011), ed intenzionato a costruire un processo di movimento e rivendicazione trasnfrontaliero. Attraverso l’esigenza di far rispettare la pratica della consulta comunitaria di buena fe ciò che si afferma è una proposta politica che punta ad un modello di autogoverno e alla costituzione di un diritto alla soggettività politica basato su un’appartenenza ad un sentire comune (la cosmovision maya) e che pone una sfida all’idea del diritto individuale presente nella tradizione giuridica occidentale.

Fonti e approfondimenti

  • Alonso-Fradejas, A. Sons and Daughters of the Earth: Indigenous communities and land grabs in Guatemala, Land & Sovereignty in the Americas – Series, No. 1, Oakland, CA: Food First/Institute for Food and Development Policy and Transnational Institute – 2013.
  • Alonso-Fradejas, A. The Politics of Land Control Grabbing in Guatemala – Paper presented at the International Conference on Global Land Grabbing II  – New York 17‐19 Ottobre 2012
  • Casaús Arzú, M. Guatemala: Linaje y racismo. FLACSO Guatemala – 1995
  • Castagnino, V. Minería de metales y derechos humanos en Guatemala. La mina Marlin en San Marcos, Brigadas de Paz Internacionales 2006.
  • Donis, J. Guatemala: Experiencias de democracia directa, Working Paper Series, Centre for Research on Direct Democracy – 2008
  • Perez Molina O. y el PP  El gobierno “seguro” .  Año 7, Nos. 34 y 35 , El Observador, Enero-junio 2012 Guatemala
  • IV Censo Nacional Agropecuario. Instituto Nacional de Estadística de Guatemala – 2003.
  • Mérida, A-C, Krenmayr. Tejiendo entre los pueblos la defensa del territorio Asamblea Departamental por la Defensa de los Recursos Naturales Renovables y no Renovables de Huehuetenango Sistematización de experiencias 2008-2009,  Guatemala
  • REMHI, 1998. Guatemala: memoria del silencio. Informe de la Comisión para el Esclarecimiento Histórico. Ciudad de Guatemala, Guatemala
  • Prado, M.P Elites y lógicas de acumulación en la modernización económica guatemalteca. Instituto de Investigaciones y Gerencia Política, Universidad Rafael Landívar  (Consultato il 24.03.2014)
  • Solano, L. 2008. El negocio de la electricidad: transformación de la matriz energética y sus impactos. El Observador, Año 3, No. 16
  • Yagenova S.V., de. 2012. La industria extractiva en Guatemala: políticas publicas, derechos humanos y procesos de resistencia popular en el periodo 2003-2011, Flacso-Guatemala
  • Yagenova, S.V., García, R. 2009. Guatemala: el pueblo de Sipakapa versus la empresa minera Goldcorp en OSAL Buenos Aires: CLACSO Año X, Nº 25, aprile
  • Trentavizi, B. Cahuec, E. 2012. Las Consultas Comunitarias de “Buena Fe” y las prácticas ancestrales comunitarias indígenas en Guatemala.  IRIPA, Guatemala, 2012  (Consultato il 24.03.2014)
  • Sistema Nacional de Dialogo Permanente, 2011, Consultas comunitarias realizadas en el país, entre los años 2005 y 2011 (Consultato il 24.03.2014)
  • El Observdor, 2011, Territorios Posiciones contrapuestas Año 6, Nos. 28 y 29.
  • UNCTAD, 2011. Investment Policy Review of Guatemala. UN, New York and Gineva.
  • Ministero Affari Esteri Italia, secondo Semestre 2011, GUATEMALA Rapporti Paese Congiunti.

Di formazione filosofica, attualmente è dottoranda del corso di Pianificazione territoriale e politiche pubbliche del territorio dell’università IUAV di Venezia in collaborazione con il centro di ricerca EIC/LAIOS dell’Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales, di Parigi. Si interessa alla questione dei conflitti socio-ambientali legati all'uso intensivo delle risorse naturali, con particolare attenzione alle relazioni tra impresa e territorio. Lo sguardo ai conflitti è finalizzato ad un’attività di ricerca che interroga le modalità di vivere ed intendere la cittadinanza e le trasformazioni che questa categoria sta subendo nel contemporaneo. Ha lavorato con movimenti ambientali e sociali in Italia, Messico, Guatemala e Senegal e svolto attività di consulenza per ONG impegnate in campagne di advocacy in situazioni di conflitto.

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