Lo sviluppo turistico del Belize: opportunità o minaccia?

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Non è una novità il fatto che la crescita economica non corrisponda ad uno sviluppo reale e sostenibile. Il Belize è la seconda economia del centro America, ma il reddito medio pro capite nasconde forti disuguaglianze. Nel 2010 il 40% della popolazione si trovava sotto la soglia della povertà. La forte crescita economica (che aveva raggiunto il 4% ed è stata solamente rallentata dalla crisi globale del 2008) è sostenuta grazie allo sviluppo del settore turistico.

Nonostante per molti europei questo paese continui a non esistere, dagli anni ottanta, viene apprezzato sempre più dai nord americani, appassionati del mondo subacqueo e non solo. Di fatto, si tratta di una striscia di costa di nemmeno 23.000 chilometri quadrati, con una popolazione di poco più di 300,000 persone.

Questa piccola nazione tropicale, fatta di foreste tropicali, isole coralline e un territorio marino che supera quello terrestre, è sito della seconda barriera corallina più grande del mondo, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio dell’umanità. Grazie a questo tesoro sommerso e, forse, al fatto di essere l’unico paese anglofono del centro America, si sta trasformando in una meta turistica ampiamente apprezzata.

Luogo di soggiorno prediletto da appassionati di sub, paradiso fiscale e destino di molti “expats” (occidentali facoltosi che decidono di trasferirsi al caldo) il Belize nasconde molte contraddizioni. Il turismo, oggi principale fonte di reddito del paese, attira, inoltre, una forte immigrazione dai paesi limitrofi. Se, da un lato, crea posti di lavoro e nuove opportunità di diversificazione degli impieghi, dall’altro contribuisce al deterioramento della situazione ambientale.

Tra i diversi rischi ecologici che la CIA pone in evidenza, vi sono la deforestazione, l’inquinamento delle acque da scarichi domestici, industriali e agricoli e la critica gestione dei rifiuti solidi. Questi, non solo emergono dalle ricerche, ma sono visibili semplicemente girando per il paese e, ancor più, vivendoci. Molte città e villaggi non sono provvisti di un sistema fognario, gli scarichi delle case finiscono in giardino e i rifiuti vengono bruciati nei cortili o abbandonati appena fuori dalla zona abitata, spesso in spiaggia o nella circostante foresta.

La mancanza di infrastrutture adeguate per lo smaltimento dei rifiuti e per la depurazione delle acque reflue non ferma la crescita, ma porta al rischio di danni irreversibili. D’altronde insieme al turismo, le infrastrutture più avanzate hanno favorito sempre più la diffusione all’estero di prodotti tipici di questa zona, come l’aragosta spinosa dei Caraibi e lo strombo.

Così sono stati abbandonati settori lavorativi tradizionali, come l’orticoltura di sussistenza, per lasciar spazio alla pesca e l’agricoltura per l’esportazione (in particolare canna da zucchero e banane). La trasformazione della pesca, che è passata da un piccolo mercato domestico, ad un grosso mercato estero comporta altri rischi. La specializzazione e l’aumento del numero dei pescatori ha portato presto ad un forte declino delle risorse peschiere minacciando l’equilibrio del delicato ecosistema corallino.

Tutti questi fattori insieme stanno creando una situazione critica per uno degli habitat con maggiore biodiversità del pianeta, paragonabile per importanza all’Amazzonia. L’iniziativa “Healthy Reefs for Healthy People” (HRI) unisce 48 organizzazioni e collabora con agenzie governative, scienziati e altri per monitorare la salute dell’ecosistema della barriera corallina.

HRI dichiara che “il sostentamento di quasi due milioni di persone dipende dalla salute della Barriera Mesoamericana. L’eco-regione, un sistema interconnesso di habitat critici e fragili, affronta minacce crescenti derivate dalla sovrapesca, la deforestazione e le esplorazioni petrolifere vicino alla costa.” Nel 2012 le principali minacce individuate si possono dividere tra marine, climatiche e terrestri.

La sovrapesca di alcune specie e l’invasione dei “lionfish”, portati nell’Atlantico dagli appassionati di pesci d’acquario, sta alterando il delicato equilibrio della catena alimentare. L’aumento della temperatura e l’acidificazione dell’acqua, causati dall’aumento di CO2 nell’atmosfera, che a sua volta porta al cambiamento climatico globale e all’aumento degli uragani, danneggiano i coralli. D’altra parte l’innalzamento del livello delle acque rischia di impedire la penetrazione della luce essenziale per la vita della barriera. Infine, le attività terrestri inquinano le acque, creando un aumento dei nutrienti presenti, crescita di alghe che soffocano i coralli.

Sono numerosi gli appassionati del mondo subacqueo di diverse nazionalità che giungono nel Belize per ammirare i coralli e le numerose creature marine che popolano questo ecosistema unico, comprese specie rare come i lamantini. Ma questi stessi turisti che valorizzano e apprezzano questo tesoro, rischiano di provocarne una lenta distruzione. Alberghi, ristoranti e altre strutture residenziali, costruite per accogliere i numerosi turisti e lavoratori del settore, significano ovviamente cemento ed inquinamento.

L’urbanizzazione della zona costiera e delle isole è, di per sé, una minaccia grave per la salute del mare e di quella barriera, senza la quale, non solo il Belize perderebbe la sua principale fonte di reddito, ma anche la costa stessa sarebbe esposta alle onde e agli uragani.

In questo quadro negativo offre forse qualche speranza la presenza di un piano nazionale per la promozione di un turismo sostenibile, economicamente, culturalmente ed ecologicamente. Rimane da vedere quanto di ciò riuscirà a concretizzarsi nel futuro, evitando di rimanere solo un elegante programma sulla carta e lasciando che le potenziali opportunità date dallo sviluppo del settore si riducano a minacce per l’ambiente e di conseguenza per la popolazione stessa.

Fonti e approfondimenti

Foto di copertina di CameliaTWU.

Silvia Parmeggiani è laureata magistrale in Scienze per la Pace: cooperazione internazionale e trasformazione dei conflitti presso l’università di Pisa. Ha lavorato in Perù, Belize e Guatemala affianco alle comunità locali per la loro autodeterminazione, il rispetto dei diritti e lo sviluppo sostenibile.

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