La cartografia partecipativa. Una sua applicazione nella regione dello Zinave

in Africa/Cittadinanze/Reportage di

Lo Zinave lo ricordo ancora come l’ho descritto in una lettera inviata a qualche amico durante il mio soggiorno in Mozambico: una pista polverosa come cenere grigia, gialla o rossa, con la quale danzare e lottare sulla sella di una Honda 125. Ricordo il fiume Save, il suo letto asciutto, largo mezzo chilometro, il suo scorrere lento, tra le mie caviglie quando l’ho attraversato, e giù in gola, quando, finite le scorte d’acqua, l’ho bevuto bollente, sporcato da una bustina di té al limone. Strano sapere che a distanza di meno di un anno quel fiume sia tornato a tracciare i confini tra Frelimo e Renamo. Ma questa è un’altra storia o forse no.

Mi trovavo nello Zinave per conto dell’ONG LVIA, ero stato incaricato di svolgere una rappresentazione cartografica delle risorse naturali e culturali delle sei comunità insediate dentro i confini del Parco Nazionale dello Zinave (PNZ), così viene chiamato da Banca Mondiale e Ministero del Turismo del Mozambico, l’area di 4000 kmq localizzata a sud del Save,  tra il 33° e  il 34° meridiano.

Da più di un decennio la regione è investita da progetti di eco-turismo. A distanza di più di un anno ripenso alle keywords recitate dai progetti del PNZ:  ‘turismo sostenibile’, ‘partecipazione delle comunità locali ad attività generatrici di reddito’, ‘sensibilizzazione ambientale’. Parole ridicole, se si considera ciò che è stato effettivamente fatto. Parole che fanno rabbia se si pensa che, per esempio un progetto di ripopolamento faunistico, si è concretizzato con l’esproprio di 60kmq di terra alle comunità locali, con la costruzione di una rete elettrificata lunga più di 30km e con il trasferimento di zebre, giraffe, facoceri e kudu dal parco nazionale sudafricano Kruger. L’area in questione è stata denominata Santuario. E forse per gli abitanti della comunità di Covane, l’arrivo di 4×4 e camion carichi di animali, sarà stata veramente percepita come la manifestazione di una qualche divinità. Non ci avranno messo molto a capire che quel Dio non stava dalla loro parte. Durante il mio soggiorno nello Zinave (Ottobre-Dicembre 2012), la pioggia si faceva attendere da più di un anno. Mentre ogni giorno una cisterna caricata su un pickup trasportava l’acqua dal Save fino ad abbeveratoi del Santuario, mentre gli orti degli abitanti rimanevano secchi, l’amministrazione del parco non autorizzava la caccia. Le guance scavate sul volto della gente raccontavano il resto. Nel frattempo, dei turisti nessuna traccia. La determinazione della Banca Mondiale non sembrava però essere minimamente scalfita. Si organizzavano incontri per discutere sul futuro del PNZ: censimenti faunistici in elicottero, ridefinizione dei confini del parco, e perfino il trasferimento coatto della comunità di Covane a nord del fiume Save.

Qualche mese dopo il mio rientro in Italia, all’ONG con la quale ho collaborato non è stato rinnovato alcun finanziamento. Al momento il ruolo di community broker è ricoperto dall’ amministrazione del parco – un po’ come affidare la guida di un sindacato ad un datore di lavoro.

A distanza di un anno, ripensando a quanto visto, credo che il progetto PNZ abbia tra le sue finalità principali – oltre al moving money – il controllo di confini potenzialmente caldi. A nord del fiume Save la Renamo (Resistência Nacional Moçambicana, unico oppositore politico nato nel 1975 dopo l’indipendenza del Mozambico con l’appoggio degli Stati Uniti, della Rhodesia e del Sud Africa con lo scopo di destabilizzare il neo nato governo marxista) controlla la provincia di Manica e Sofala. Nonostante la guerra sia finita da un ventennio, le tensioni tra i due fronti non si sono mai risolte. Le recenti notizie provenienti dal Mozambico raccontano di imboscate e spostamenti di uomini armati, l’argine del fiume Save si è già trasformato in una frontiera che, come raccomanda la Farnesina, può essere attraversata solo tra le ore 5.00 e le ore 17.00 in convogli scortati dalle forze di sicurezza mozambicane.

Come detto, una delle attività svolte nello Zinave per conto dell’ong LVIA mi ha visto impegnato nella realizzazione di cartografie partecipative nelle sei comunità insediate dentro i confini del parco e il relativo rilievo GPS. Dopo questa indispensabile introduzione, illustrerò le fasi necessarie alla realizzazione di tale metodologia cercando di trasmettere il fascino e le emozioni che spesso hanno accompagnato il lavoro sul campo.

Prima di proseguire nella lettura, la visualizzazione del relativo webGIS aiuterà a descrivere meglio il contesto in cui ho operato. Tutti i  dati riportati sono stati registrati dal mio GPS. L’unica informazione importata è relativa al confine del parco. Nel guardare le sue linee rette ripenso sempre ad una frase copiata su un mio taccuino da non ricordo più quale testo: “La comunità locale [africana] ha una sua fragilità in quanto la territorialità a cui da corpo si manifesta in forma implicita, non utilizzando i linguaggi espressivi dello Stato. Ma allo stesso tempo ha una sua forza che consta nel radicamento, nella possibilità di resistenza sui tempi lunghi, e dispone di una ‘merce’ preziosa, il consenso, senza il quale ogni progetto che la coinvolga troverà continui ostacoli, sottili difficoltà che però possono portare all’insabbiarsi dei processi di cambiamento”.

Non so quanto il passo lento che da sempre calpesta quella terra riuscirà a competere con le linee nette e rette di penne frettolose. Io tifo per la traccia lieve di quei passi e per i sentieri sinuosi che sono capaci disegnare. Tifo per le case di terra e paglia e legno. Facili da demolire, facili da ricostruire. Tifo per il fango denso della stagione delle piogge e per le piste polverose della stagione secca, che mi hanno fatto danzare e lottare  sulla sella di una Honda e che catturano, insabbiando, i pesanti Land Cruiser della Banca Mondiale.

Cartografia partecipativa e rilievo GPS nello Zinave

Questo strumento di indagine territoriale è stato utilizzato fin dagli anni ’80 da parte delle organizzazioni internazionali come diagnostico per conoscere le località nelle quali si ha intenzione di avviare progetti si sviluppo. Nella prima metà degli anni ’90 l’adozione della cartografia partecipativa da parte della FAO (Food and Agriculture Organization) e la sua successiva descrizione nel manuale Forest, Trees and People Programm (FAO, 1997) ha determinato una grande diffusione di tale strumento investigativo (Burini, 2007, p.187).

Riadattata alle mie esigenze, la cartografia partecipativa mi ha dato modo, nell’arco di quattro settimane di lavoro sul campo, di conoscere i luoghi, la storia e i costumi di una micro-regione del Mozambico molto isolata. Oltre a ciò la realizzazione di ogni carta è sempre stato un momento d’ incontro in cui è stato possibile ripercorrere in modo affascinante la storia di ogni comunità. In quest’ottica tale metodologia può rappresentare un efficace strumento  per ri-costruire la memoria di un luogo. Per realizzare una cartografia partecipativa dei villaggi, quindi per raccogliere i dati necessari alla costruzione dell’elaborato finale è stato necessario seguire tre fasi fondamentali:

  1. una iniziale  attività di rilievo GPS dell’area, finalizzata alla creazione di una prima rappresentazione del luogo, la carta base;
  2. un workshop insieme agli abitanti del villaggio;
  3. una seconda uscita sul campo finalizzata alla georeferenziazione dei punti indicati durante il workshop.

Foto di Antonio Maini

Ogni fase è stata quasi sempre eseguita insieme all’indispensabile aiuto del facilitatore locale LVIA Francisco Gomes. Il lavoro è stato ripetuto seguendo sempre la stessa procedura nelle sei comunità di seguito elencate: Machequete, Malindili, Tanguane, Mechisso, Maculuve e Covane. I prossimi tre paragrafi si riferiscono alle diverse fasi con cui ho svolto l’attività di cartografia partecipativa. In modo più dettagliato verranno esposte le modalità di svolgimento del lavoro, gli insegnamenti appresi e le impressioni raccolte.

Conoscere il villaggio: la mappa base

Questa prima fase aveva lo scopo di realizzare una mappa base, cioè una prima rappresentazione cartografica contenete la localizzazione dei luoghi del villaggio comunemente conosciuti.  La sua realizzazione è servita a fornire un supporto in grado di contenere le informazioni raccolte durante le riunioni con le comunità.A tale scopo ho preferito georeferenziare tramite il GPS, i luoghi più significativi e facilmente riconoscibili (pompe dell’acqua, incroci tra strade, chiese, laghi) includendo quando possibile anche luoghi periferici del villaggio così da poter avere dei riferimenti spaziali uniformemente distribuiti; in un secondo momento l’importazione delle coordinate registrate nel software Qgis permise di visualizzare chiaramente la distribuzione spaziale dei luoghi georeferenziati, quindi di disegnare su carta una prima mappa del villaggio (in contesti lavorativi in cui è possibile stampare su fogli di grandi dimensioni, la creazione della mappa base risulterà molto più veloce e precisa ma nello Zinave la mappa base è stata realizzata disegnando a mano quanto visualizzato nel monitor del computer). Questa prima fase di lavoro è stata realizzata svolgendo delle brevi interviste a singoli abitanti. Le domande riguardavano le loro attività di sostentamento, la relativa localizzazione e i luoghi cardine del villaggio. Spesso, la loro narrazione era accompagnata da un lento e apparentemente incoerente solcare della punta di un macete sulla terra; alla fine del nostro incontro non dovevo che ricomporre, disegnandola sul mio quaderno, la mappa tracciata con la lama sulla terra polverosa. Per tutto il periodo del mio soggiorno nello Zinave non ho mai smesso di stupirmi della capacità degli abitanti di dare indicazioni dettagliate e precise di direzioni e distanze.

La mappa partecipativa di Tanguane. Foto di Antonio Maini

Racconti su carta. La mappa partecipativa

La seconda fase di lavoro riguardava le attività di incontro e ricerca con la popolazione al fine di realizzare una mappa partecipativa, cioè una raccolta di informazioni localizzabili.Prima dell’appuntamento con le comunità, disegnavo su dei fogli di cartone plastificato (nel villaggio di Tanguane è stato possibile utilizzare come supporto un pavimento di cemento) la mappa base del villaggio, riportando quanto registrato durante la prima fase.Dopo le presentazioni e la spiegazione del lavoro che stavo svolgendo cominciavo un intervista semi-strutturata che affrontava tre punti principali:

  • La storia del villaggio;
  • Le risorse naturali presenti, il loro uso e le loro eventuali regole di gestione;
  • Le attività produttive e culturali portate avanti dalla popolazione e le eventuali interferenze da parte di attori esterni.

Nel villaggio di Tanguane, oltre alla presenza del facilitatore LVIA, ho potuto avvalermi della disponibilità dell’infermiera Teresa Niassengo la quale ha avuto modo di rivolgere le mie domande in lingua locale (Shitzua) ad un gruppo di dieci donne separate dal gruppo di uomini. A seguito di tale esperienza, credo importante sottolineare come la possibilità di poter dividere per genere il campione coinvolto nell’intervista collettiva abbia dato modo di raccogliere molte più informazioni relative agli ultimi due punti qui elencati. Le donne infatti si sono rivelate le vere custodi dei saperi produttivi dei villaggi. Purtroppo il protagonismo maschile durante le altre riunioni non ha mai lasciato loro molto spazio.Conclusa l’intervista mostravo ai miei interlocutori la mappa base e con loro segnavo sulla carta stesa ai nostri piedi le informazioni raccolte fino a quel momento. Questa parte degli incontri è stata sempre molto coinvolgente. Considerare la mappa base semplice strumento d’appoggio per rintracciare sul campo i luoghi segnalati durante l’intervista è stato uno degli sbagli che ho cercato di correggere durante il procedere del mio lavoro. Se ben realizzata, la sua esposizione è stata sempre capace di riaccendere l’attenzione assopita dal caldo e dalle domande talvolta noiose di uno straniero impegnato in una attività non troppo chiara. Parlare guardando e indicando quella bozza di rappresentazione cartografica generava tra tutti i presenti un territorio comune (o una sua illusione) del/sul quale parlare. Tanto più la sua veste grafica e le informazioni rappresentate erano accurate tanti più stimoli e indicazioni se ne riuscivano a ricavare.  Il disegno della mappa base, le discussioni che riusciva ad accendere e i conseguenti arricchimenti su di essa tracciati sono stati i momenti fondamentali della mia ricerca.

Il focus group di Tanguane. Foto di Antonio Maini
Il focus group di Tanguane. Foto di Antonio Maini

Una volta localizzate e segnate tutte le risorse e le attività emerse durante l’intervista, chiedevo ai miei interlocutori cosa mancasse ancora nella mappa disegnata ai loro piedi. A quel punto, ogni partecipante aveva il piacere di indicare un piccolo-grande particolare del suo villaggio: dal lago il cui nome in Shitzua significa “si riempie di rugiada” (effettivamente uno dei pochissimi laghi contenenti acqua da me incontrati) al Baobab dal tronco scavato in cui dentro ci si può stare comodamente in due (esplosione di risate maliziose tra i presenti). Alla fine di ogni riunione con il focus group scattavo una foto ai fogli sui quali era appena stata disegnata la mappa partecipativa. Quell’immagine sarebbe stata lo strumento fondamentale per poter affrontare la parte successiva del mio lavoro: raggiungere i luoghi indicati dai miei interlocutori.

Registrare il villaggio. Cercare e riconoscere 

L’ultima fase di lavoro sul campo, non meno affascinante della precedente, consisteva nel cercare, fotografare e georeferenziare i luoghi segnalati sulla mappa durante l’intervista. Anche questa fase di lavoro era estremamente condizionata dalla precisione delle informazioni raccolte nella mappa base e nella sua evoluzione, la mappa partecipativa. Nonostante fosse disegnata a mano e talvolta i luoghi segnalati fossero indicati solo attraverso una direzione (azimut) e una distanza temporale (es.: meno di un ora a piedi), spesso senza troppe difficoltà sono riuscito a raggiungere luoghi distanti o fuori dai sentieri battuti con il solo aiuto dell’orologio, del conta chilometri della moto, e della bussola. In ogni caso, per poter tornare da dove ero venuto, il GPS si è spesso rilevato uno strumento indispensabile.Vista la difficile accessibilità di alcuni luoghi, non c’è quasi mai stato modo di coinvolgere una persona del posto per accompagnare questa mia ultima fase di georeferenziazione. Per compensare questa mancanza e per evitare di inserire in mappa luoghi diversi da quelli segnalati durante la riunione, sovente (in particolare nella georeferenzaizione di luoghi disabitati. Es: laghi stagionali) mi sono servito della macchina fotografica digitale per poter in un secondo momento, mostrando la foto, confermare il nome e la coincidenza tra quanto mi era stato indicato con quanto incontrato sul campo.

Oltre alla rappresentazione in scala ridotta del territorio investigato, uno dei risultati più affascinanti raggiunti attraverso la cartografia partecipativa risiede nel processo di autocoscienza che talvolta ha coinvolto i partecipanti al disegno della carta. La fase di rilievo GPS, invece, mi permise di conoscere ogni singolo luogo segnalato dalla comunità. Tornato dietro la scrivania, i dati raccolti sono stati organizzati in un database georiferito tramite il software QuantumGIS. In un secondo momento questa banca dati è stata trasferita nel portale web gratuito Mangomap.com. L’esportazione sul web ha consentito di analizzare e comunicare in modo dinamico e multiscalare le realtà sociali, culturali e ambientali conosciute sul campo. Inoltre se ci fosse ancora modo di operare sul campo, il webGIS dello Zinave potrebbe risultare essere un importante strumento per pianificare progetti sul campo. Lo Zinave, come ogni luogo, nasconde ponti e dirupi. L’attività diagnostica qui illustrata dovrebbe essere considerata indispensabile per aiutare – tutti: abitanti, istituzioni e cooperanti espatriati –  a capire dove siamo, dove vogliamo andare, e qual è la strada migliore da percorrere.

Fonti e approfondimenti

  • Bignante E. – Dansero E. –  Scarpocchi C.  Geografia e cooperazione allo sviluppo. Milano: FrancoAngeli, 2008
  • Bocchino C. IS MOZAMBIQUE THE NEW SOUTH AFRICAN FRONTIER? – 2008  
  • Burini F. Sistemi cartografici partecipativi e governance. A cura di Emanuela Casti. Vol. Cartografia e progettazione territoriale. Torino: Utet, 2007
  • Castellani S. Territorio, sviluppo locale e rappresentazione cartografica. Casi studio dal Brasile e dalla Guinea-Bissau. Università degli studi dell’Aquila, 2010
  • Forests, tree and people  FAO 1997
  • Fassio G. La mappa del tesoro: patrimonio culturale e Parish Map. A cura di Laura Bonato. Vol. Portatori di cultura e costruttori di memorie. Edizioni Dell’Orso, 2008
  • Good practices in participatory mapping – FAD – International Found for Agricultural Development.
  • Turco A. Governance, culture, sviluppo. Milano: FrancoAngeli, 2009.
  • Aggiornamenti sulla Renamo – Mozambique News Agency, 7 gennaio 2014.

Foto di copertina: La carta base del villaggio di Muchandzuane. Di Antonio Maini.

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