What’s up in Gambella?

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La provincia di Gambella è uno dei distretti più ricchi di risorse naturali di tutta l’Etiopia. La vegetazione rigogliosa, gli immensi spazi blu e le strade color ocra occupano la vista. Nuer e Anuak sono i due maggiori gruppi etnici della provincia e racchiudono al loro interno quasi la metà della popolazione. I membri appartenenti a queste due etnie, seppur privi di contratti che ne ufficializzino la proprietà, vivono su queste terre da numerose generazioni. Le relazioni tra le due etnie non sono semplici e la questione dell’accesso alla terra genera spesso tensioni. A provocare instabilità non sono guerre tribali, bensì politiche di modernizzazione.

Mappa di Gambella, Etiopia. Fonte: The Christian Science Monitor
Mappa di Gambella, Etiopia. Fonte: The Christian Science Monitor

Nel 2010 il governo dell’ex premier Meles Zenawi ha dato il via al programma nazionale di “villagizzazione” (Villagization Program Action Plan, VPAP) di durata triennale, poi raccolto dal nuovo governo di Hailemariam Desalegn. Si estende alle province di Gambella, Benishangul-Gumuz, Somali, Afar e coinvolge circa 1.5 milioni di persone. Secondo il report di Human Rights Watch (HRW) i lavori in Gambella – almeno fino al 2012 – sono in fase più avanzata rispetto ad altre zone. Le comunità indigene residenti in aree dislocate, esposte al rischio di esondazione dei fiumi, e che praticano la coltivazione “taglia e brucia” sono le destinatarie del piano. Il VPAP consiste nella ricollocazione della popolazione verso villaggi con una maggiore densità abitativa oppure in insediamenti costruiti ex novo.

Scopo principe del piano è garantire ai cittadini l’accesso ad essenziali infrastrutture socio-economiche, il miglioramento della sicurezza alimentare, apportando trasformazioni socioeconomiche e culturali’. Il budget per il primo anno è di 2.365.000 €  escludendo dal totale i 2.223.167 € per gli aiuti alimentari, di cui sarebbero responsabili le ONG. Nel VPAP, tuttavia, non sono indicate quali siano queste organizzazioni, né la provenienza dei finanziamenti o la distribuzione territoriale delle presunte risorse alimentari. Il  governo ha incluso la costruzione di 195 km di strade, 19 scuole, 22 ambulatori, 18 cliniche veterinarie, la licenza (procurement) di mulini, distribuzione di certificazioni di proprietà fondiaria, supporto nella preparazione del terreno e strumenti per l’attività agricola nei nuovi insediamenti. I coordinatori del processo di villagizzazione sono due governatori delle woreda (l’Etiopia è divisa in 9 stati regionali o “Kilil” (governi regionali), i quali sono suddivisi in Woreda, gestiti da un governo locale e contano circa 100.000 abitanti ciascuno; a loro volta le woreda sono costituite da “kebele”, l’unità amministrativa più piccola. Oggi l’Etiopia conta 710 woreda) e un responsabile nominato dal governo federale. Al punto “implemenation strategy” si evince altresì che qualunque impresa o “developer” privato può partecipare alla realizzazione del piano, senza fare alcun cenno alle comunità direttamente coinvolte.

Le testimonianze, raccolte dal HRW, riportano gravi violazioni di diritti umani: spostamenti arbitrari, arresti ingiustificati, omicidi, minacce e abusi sessuali da parte della polizia. A volte sono stati gli uomini delle comunità stesse a costruirsi nuove capanne nei villaggi di destinazione sotto il controllo delle forze armate. La popolazione lamenta la mancanza di un processo di consultazione sufficientemente partcipativo e l’assenza di compensazioni da parte del governo. Dopo essere stati evacuati, migliaia di Anuak si sono spostati verso il Kenia, in particolare verso il campo profughi di Dadaab, lasciando così i ‘nuovi’ villaggi inutilizzati. In Gambella, inoltre, si registrano pochi mulini costruiti, edifici scolastici non operativi, alcun contratto di proprietà terriera ed investimenti limitati a favore dell’etnie Nuer e Anuak. Sebbene voci governative, tra cui quelle del Ministro degli Interni Shiferaw Teklemariam, neghino il collegamento tra il piano di villagizzazione e le concessioni di terre ad investitori esteri e domestici, testimonianze del contrario sono evidenti. Numerose interviste riportano che funzionari governativi o superiori dell’Ufficio Agricoltura (di Gambella) avrebbero riferito che le terre liberate sarebbero state cedute ad investitori agribusiness. La ricerca dell’Istituto Oakland mostra che nel novembre 2010, il 42% della terra totale di Gambella è stato concesso ad acquirenti o è in via di trattative oppure destinata all’esplorazione di petrolio e oro. In Etiopia la vendita fondiaria per la produzione agricola è, ormai, una routine. Secondo Grain, sono 1.042.600 gli ettari totali acquisiti da investitori domestici ed esterni fino al 2012. Eppure, dati macroeconomici premiano le recenti politiche di sviluppo e nei salotti internazionali si parla di “reinassance etiope”. L’agricoltura, in primis, contribuisce a circa la metà del PIL nazionale e conta l’85% delle importazioni, impiegando l’80% della popolazione.

La Banca Africana di Sviluppo nel suo ultimo report riconosce che gli sforzi di industrializzazione e commercializzazione del settore agricolo rendono lo stato etiope una delle economonie più importanti del Corno d’Africa. Accordi commerciali con l’Unione Europea (la ratifica degli accordi di Cotonou) ed il supporto alla lotta al terrorismo insieme agli Stati Uniti, inoltre, avvicinano l’Etiopia politicamente all’Occidente.

L’incontro tra Desalegn e il primo ministro cinese Xi Jiping il 14 giugno di quest’anno a Pechino conferma l’intensificarsi delle relazioni bilaterali tra i due paesi. La Cina promette cooperazione “win-win” e sostiene, tra l’altro, la candidatura di Addis Abeba a membro ufficiale del WTO (Organizzazione Internazionale del Commercio). In cambio, l’Etiopia si impegna a facilitare ai suoi partner commerciali la costruzione di infrastrutture, l’apertura agli investimenti, lo sfruttamento delle risorse naturali, energetiche e la creazione di un settore manifatturiero. Anche gli aiuti internazionali sono aumentati negli ultimi anni. La Gran Bretagna, ad esempio, è il maggior donatore mondiale. Il governo inglese invierà in Etiopia nei prossimi quattro anni circa 1.3 miliardi di sterline per finanziare progetti di sviluppo. L’impegno accordato del Millenium Development Goal pare, tuttavia, procedere a rilento. La forbice di ineguaglianza di reddito tra i cittadini residenti in zone urbane e in aree rurali è in crescita. L’ISU (indice di sviluppo umano) posiziona l’Etiopia al 173° posto su 187 nazioni e il 40% della popolazione soffre di denutrizione. È legittimo quindi domandarsi quale tipo di sviluppo stia perseguendo il governo etiope, quando la richiesta di crescita economica sembra essere incentivata dall’esterno. In seconda battuta, bisogna individuare i reali destinatari delle “politiche di sviluppo”. Fino ad oggi, infatti, pare abbiano beneficiato del VPAP, in particolare a Gambella, acquirenti esterni alle comunità locali. Si tratta dunque di un problema di ordine politico e democratico, dove la partecipazione alla cosa pubblica e l’equità tra i cittadini deve essere messa in primo piano.

VILLAGGIO NUER COSTRUITO EX NOVO E MAI UTILIZZATO PRIVO DI ACCESSO ALL’ACQUA

Fonti e approfondimenti

Articolo di Cristina Barbero. Immagine di copertina: Monti Semien(Etiopia), di Alvise Forcellini

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