Biocarburanti: cosa c’è davvero nel serbatoio?

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Proprio l’altro giorno a Strasburgo il Parlamento Europeo ha discusso sulla proposta della Commissione di rivedere le percentuali previste nelle due direttive sui biocarburanti; la proposta era di passare da un 10% di carburanti generati da fonti rinnovabili , generalmente biocarburanti, ad un 5% che permettesse quindi di dare più respiro ad un settore agricolo ormai completamente sballato dalla domanda sempre crescente di colza, soia e olio da palma.

Dato interessante per una analisi approfondita su questa tematica è la cifra spesa nel solo 2011 come sostegno a questa produzione: 6 miliardi di euro! A tanto ammontano i contributi dei cittadini europei al sostegno di politiche “verdi” che di sostenibile finora non hanno niente. Che il settore agricolo sia completamente congestionato e dipendente dalla enorme domanda di biocarburanti è sotto gli occhi di tutti: si pensi che solo nel 2008, i frutti della terra utilizzati per produrre biocarburanti avrebbero potuto sfamare 127 milioni di persone riducendo così la fame nel mondo di quasi il 15%.

La controversia tra investitori e popolazioni autoctone che devono evidentemente essere spostate per creare i campi ha fin da subito dati vita a dei conflitti e come ha dimostrato anche la FAO con l’approvazione delle sue “Linee guida internazionali sui regimi fondiari”, la creazione di un ambito di investimento favorevole per investitori e popolazioni autoctone si presenta come l’unica soluzione, al fine di creare un quadro legislativo che permetta ad entrambe le parti di trarre benefici durevoli e condivisi.

Questo genere di investimenti non è solo sbagliato da un punto di vista di produzione agricola ma anche da un punto di vista economico ed ambientale perché abbattere una foresta, riconvertire quel terreno in una coltivazione intensiva, utilizzare i trattori per dissodare la terra e i diserbanti per proteggere le piante e infine trasportarle a casa nostra con l’aereo non è certamente il modo migliore per ridurre le emissioni inquinanti. Considerando l’intero processo produttivo, i biocarburanti producono quasi la stessa CO2 delle energie fossili.

Terreni che potrebbero essere utilizzati per produrre beni alimentari vengono ora usati per produrre carburante ed il terreno necessario per la produzione di cibo di solito viene strappato alle zone tropicali; particolarmente importanti sono infatti queste aree perché per centinaia di anni hanno catturato l’anidride carbonica, e quando vengono distrutte generano emissioni conosciute come cambiamento indiretto della destinazione dei terreni (Indirect Land Use Change, ILUC). A causa dell’ ILUC si prevede che 313-646 milioni di tonnellate metriche di anidride carbonica in più verranno rilasciate nell’atmosfera entro il 2020, pari all’aggiunta di 14-29 milioni di veicoli in più nelle strade europee. Come esempio si prenda il caso del Borneo in cui la coltivazione di olio di palma rilascerà più di 558 milioni di tonnellate metriche di anidride carbonica nell’atmosfera.

Soprattutto a causa dell’ ILUC i biocarburanti utilizzati oggi in Europa (prevalentemente prodotti da colza, soia e olio di palma) producono più emissioni rispetto al diesel tradizionale che invece avrebbero dovuto sostituire. La discussione presso il Parlamento europeo si è poi conclusa con la decisione di attestare la soglia ad un 6% accogliendo quindi in parte le richieste delle varie ONG ed associazioni che nel tempo si erano interessati alla questione degli impatti sociali dei biocarburanti ma la decisione finale su questa importante tematica spetterà poi al Consiglio Europeo.

Di testimonianze di contadini schiacciati da potenti multinazionali purtroppo è pieno il web; noi vi segnaliamo quelle raccolte in Tanzania ed in Paraguay da Oxfam e Action Aid che hanno lanciato una campagna di sensibilizzazione ed una petizione per chiedere che venga accolta la proposta di riduzione al 5% di carburanti generati da biocarburanti in Europa.

È giusto che il consumatore finale del prodotto sappia che cosa sta effettivamente immettendo nel proprio serbatoio e da dove viene per questo riteniamo importante dare visibilità a queste campagne di sensibilizzazione e vi terremo informati su quella che poi sarà la decisione finale del Consiglio Europeo sulla questione.

Fonti e approfondimenti

Laureto in Scienze Strategiche presso l’Università di Torino. Da sempre interessato a tematiche ambientali ha collaborato dal 2009 al 2012 con l’ONG M.A.I.S. di Torino. Attraverso il bando UNI.COO dell’Università di Torino si reca in Senegal da Aprile a Settembre 2012 per svolgere una ricerca avente come tema principale le acquisizione di terra su vasta scala e le imprese italiane operanti in campo agricolo, con particolare attenzione per quelle che producono biocarburanti. Tra il 2014 ed il 2015 si reca in Messico per svolgere un anno di Servizio Civile.

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