Gezi Park, una rivoluzione che ci interessa da vicino

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Non capita spesso di vedere quello che ho visto in questi giorni, in particolare 15 minuti fa. La rivoluzione più pacifica che abbia mai visto, per la quale basta stare in un parco, ballando, cantando e parlando dei problemi reali. Oggi al Gezi Park è stato incredibile vedere persone di tutte le età ed estrazioni sociali impegnarsi per la stessa causa. Hanno protestato e pulito dopo aver protestato. Solo persone felici di mostrare il loro punto di vista. Tuttavia, nonostante ciò, ancora una volta, mentre scrivo, la polizia sta iniziando quella che ai nostri occhi sembra davvero una “guerra cittadina”, come in una perfetta dittatura. In questo momento la splendida vista dello stadio Besiktas, del palazzo Dolmabahce e del Bosforo è totalmente offuscata da diversi tipi di gas, piena di persone tristi, stanche e piangenti, amici e non che stanno fuggendo lungo la salita che porta a piazza Taksim. Correre è una routine ormai; qualche ragazza urla “Non andare a Besiktas, rischi di ferirti seriamente”, ma un sacco di persone sentono davvero che questa rivoluzione deve essere fatta e sono quindi disposte a rischiare per le loro idee. L’urlo più frequente in strada è “Doktor!” e alcune ragazze iniziano a scriverti il tuo gruppo sanguigno sul braccio. I sampietrini sono scomparsi per costruire barriere contro la polizia. Lunghissime file di persone si passano i ciottoli di mano in mano. La città ora ha un altro volto, la strada è soltanto un terreno pronto per lo svolgersi della rivoluzione. La gente ha paura, ma soprattutto è stanca di fare tutto ciò per quella libertà che dovrebbe essere una caratteristica naturale dell’uomo. Istanbul ha bisogno di tutti noi in questo momento, spero che tutta la Turchia lo possa capire.

Queste erano le mie sensazioni e la mia esperienza della notte tra il 2 e il 3 giugno. Gli ultimi due giorni non sono stati diversi: nel Gezi Park la gente continua a condividere pareri, a cantare, ballare, piantare nuovi alberi, a pulire e separare i rifiuti. Di tutte le età: bambini che giocano con il loro papà, anziani che leggono giornali, ragazzi che danno mostra delle più svariate forme d’arte, musica, pittura e giocoleria.

È davvero incredibile come una così bella e pacifica manifestazione non sia ascoltata dal governo che, adesso sembra sempre più avere le caratteristiche di una dittatura dopo le dure frasi del premier Erdogan contro i manifestanti. Tutti i giorni entro in contatto con i gas lacrimogeni, dannosi sia per gli occhi che per i polmoni a causa della loro capacità di irritare. Ogni giorno le persone cercano di proteggere la manifestazione dalla violenza della polizia a costo di rischiare anche la propria vita.

Tre giorni fa ero a Gezi Park e la polizia ha sparato i gas da entrambi i lati del parco. Fortunatamente un hotel vicino ha aperto le sue porte per consentirci di entrare.

Qualche giorno fa ho incontrato un giornalista con un braccio rotto a causa di un proiettile di gas sparato ad altezza uomo. Non sappiamo se sono ordini di Erdogan o se è solo la follia della polizia. Ad ogni modo, ora tutti sono spaventati dai quei poliziotti che, contrariamente a quello che stanno facendo in questi giorni, dovrebbero avere la funzione di protezione per i cittadini.

L’altro ieri inoltre qualcuno ha cercato di bruciare alcuni alberi proprio nei pressi del Gezi Park. È stato come il secondo giorno, quando la polizia ha bruciato tutto il materiale, le tende e gli strumenti musicali dei manifestanti: è stato un significativo atto dittatoriale volto a mostrare il loro potere. Ed è un grosso problema.

Sono molti i progetti in corso ad Istanbul oltre all’ ormai tristemente noto centro commerciale nel Gezi Park: il terzo ponte sul Bosforo, l’enorme canale nella zona occidentale della città, il  “Kanal Istanbul Projesi” ed il più grande aeroporto del mondo e altre grandi aree residenziali. Tuttavia manca un vero piano per inserire con armonia tutto questo in una metropoli di 13 milioni di abitanti. Il mio pensiero è che la  precedenza andrebbe data alla ricerca di una soluzione per quei problemi sociali, amministrativi ed ambientali che affliggono interi quartieri. Nonostante le ovvie differenze, è lo stesso problema che abbiamo in Italia, dove nonostante innumerevoli problemi si pensa alla costruzione di un’immensa, ma al momento inutile, opera quale il  “Ponte sullo Stretto”, che dovrebbe collegare Sicilia e Calabria.

Sembra, ed è onestamente molto probabilmente che sia così, che l’idea filo-islamica che Erdogan ha del Paese sia solo una copertura del grande potere economico e politico che vuole ottenere. Qui tutte le persone hanno in mente Mustafa Kemal Ataturk, il loro eroe, fondatore nel 1923 della Repubblica di Turchia, il quale si sforzò di modernizzare il Paese; quasi per tutti costituiva l’inizio perfetto per una nuova era, nella quale democrazia e libertà l’avrebbero fatta da protagonisti. Al momento, in particolare in questi ultimi 10 anni, al contrario, sembra che la Turchia stia retrocedendo, cancellando tutto il progresso fatto in questo secolo. Non dimentichiamoci che, più di 30 anni fa, l’Iran era uno dei paesi più belli e ricchi del Medio Oriente. Ora invece c’è un regime, che in nome della religione,  sta agendo per l’ennesima volta come una dittatura. Un altro parallelismo può esser fatto con la Siria, la quale, in minor tempo ma più drammaticamente, è precipitata nel caos da più di due anni. Siamo tutti spaventati che la situazione di questi giorni possa portare ad analoghe conseguenze. E le proteste in atto in varie zone della Turchia hanno questo significato. Nessuno sa come e per quanto tempo questa situazione continuerà, soprattutto pensando che il prossimo è l’anno delle elezioni, ma quello che è sicuro è che le giovani generazioni si ricorderanno certamente di questo momento storico, auspicabilmente facendone tesoro per la costruzione di un nuovo decennio.

Le seguenti immagini sono un tentativo di spiegare e di rendere consapevoli tutti di quello che sta succedendo qui in Turchia. Si può notare il centro principale di piazza Taksim e il famoso parco Gezi durante la prima settimana di giugno. L’intento è quello di trasmettere l’emozione e la voglia di cambiamento della quantità di persone che cercavano di mostrare semplicemente il loro punto di vista sulla situazione politica critica in Turchia.

Articolo e fotografie di Sebastiano Aliffi.

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