I Bidun del Kuwait. Intervista ai fotoreporter Ilenia Piccioni e Antonio Tiso

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Nel mio precedente post relativo alla situazione dei bidun jinsiya (dall’arabo ‘senza cittadinanza’) si è accennato al progetto fotografico ‘The Whitouts of Kuwait di cui si sono occupati Antonio Tiso e Ilenia Piccioni per l’Agenzia Molo 7. Durante la mia permanenza in Kuwait ho avuto l’opportunità di condividere insieme a questi due fotoreporter italiani informazioni, contatti e momenti salienti relativi alle vicende dei Bidun. Per me è stato dunque un piacere dare loro la possibilità di raccontarci in prima persona il perché del loro progetto e regalarci qualche scatto rubato in Kuwait.

Come siete venuti a conoscenza della situazione dei Bidun in Kuwait?

E’ un argomento del tutto trascurato dai mezzi di informazione di massa. Abbiamo sentito parlare dei Bidun leggendo un articolo sul sito dell’IPS (Inter Press Service). La giornalista di IPS denunciava le condizioni di vita degli apolidi del Kuwait. Era qualcosa di inimmaginabile che decine di migliaia di persone vivessero in una situazione di segregazione, paragonabile a quella del Sud Africa ai tempi dell’apartheid. Eravamo ancora più stupiti considerando che il mondo arabo era in subbuglio e i media non accennavano in alcun modo alla questione dei Bidun.

Con chi avete preso i primi contatti e come vi siete mossi all’inizio?

Abbiamo cercato in rete associazioni, organizzazioni e giornalisti che conoscessero il tema e ci potessero aiutare a organizzare un reportage sul campo. Molte informazioni le abbiamo ricevute da Sebastian Kohn della Open Society Foundations e da Mona Kareem, la fondatrice del blog Bedoon Rights, beneficiaria di una borsa di studio americana e attualmente residente negli USA. Mona è una donna che vive sulla sua pelle il problema e che per questo è molto attiva. Traduce in inglese le storie del suo popolo, posta le foto e i video delle manifestazioni facendo da megafono alla causa. Grazie al loro aiuto abbiamo potuto delineare un programma di lavoro.

Quali sono state le maggior difficoltà che avete incontrato?

Il giorno prima che partissimo per il Kuwait è stato arrestato l’attivista che ci avrebbe dovuti ospitare. L’organizzazione del progetto ha incontrato difficoltà già in partenza. Sapevamo che non avremmo trovato i tappeti rossi ad accoglierci. L’importante, tuttavia, era portare a casa il lavoro, senza correre rischi. Siamo sbarcati senza sapere chi esattamente sarebbe venuto a prenderci all’aeroporto. Ci fidavamo di Mona che da New York, in tempo reale, cercava di risolvere ogni problema. In qualche modo abbiamo trovato una sistemazione alternativa, nel quartiere egiziano di Farwanija. Dormire nelle case dei Bidun non sarebbe stato prudente, né per noi né per loro: il controllo della polizia, a seguito del crescente numero di manifestazioni organizzate dagli attivisti, era diventato serrato, con frequenti posti di blocco. Durante il periodo trascorso in Kuwait, la difficoltà maggiore è stata incontrare i militanti Bidun e passare del tempo con loro e la comunità, in modo da conoscerne le storie e capire come vivevano effettivamente. Fare le foto è solo la parte finale del nostro lavoro. Prima bisogna entrare in profondità nelle storie delle persone, conoscere le sfumature della materia viva; solo a quel punto puoi elaborare un racconto. Ma, essendo sfruttati, i Bidun lavorano tanto e spesso non avevano modo di fornirci un fixer, oppure venivano arrestati e questo provocava rallentamenti nella realizzazione del reportage. Poi, quando ci muovevamo, bisognava fare molta attenzione alla polizia stessa, non di certo i migliori amici né dei Bidun né dei giornalisti. Abbiamo lavorato a singhiozzo. Questa esperienza ci ha permesso di sviluppare maggiore pazienza e una grande prontezza nel capitalizzare il tempo, anche quando è scarso. Il lavoro, comunque, pur con fatica, ha portato scatti significativi.

Cosa vi ha trasmesso questa esperienza e in che cosa potrebbe essere ritenuta differente rispetto ai progetti passati?

Ogni progetto è un’esperienza umana e professionale a sé. I Bidun ci hanno colpito per il dramma che vivono, ma anche per la forza con cui lottano per il riconoscimento della cittadinanza. La generazione che oggi oscilla tra i 20 e i 30 anni è molto determinata al cambiamento. La Primavera Araba e la diffusione dell’informazione sul web hanno prodotto nei giovani una consapevolezza dei propri diritti, assente tra i loro genitori. Purtroppo sono lasciati a sé stessi dalla comunità internazionale. Dal canto loro, gli attivisti che abbiamo conosciuto, non si fermeranno: non basterà arrestarli, né torturarli, come già accade. Con l’affetto che abbiamo maturato per la causa, non vorremmo si arrivasse al ‘martirio’. Il cammino è lungo, razionalmente siamo pessimisti, ma col cuore fiduciosi.

Che impressione vi siete fatti del del Kuwait?

Ti rispondiamo con una domanda: ‘Su quali basi si regge la politica di esclusione verso i Bidun?’. La principale spiegazione che ci siamo dati, anche parlando con giornalisti, giuristi e attivisti per i diritti umani è che il Kuwait è un paese molto classista. E questo provoca una ferita profonda nel Paese. I Bidun amano l’Emiro e si sentono kuwaitiani. La loro protesta non vuole sovvertire l’ordinamento del Paese; rivendicano pari diritti per sé stessi come per i loro ‘fratelli’ già in possesso della cittadinanza – e hanno pienamente ragione. Sono figli della stessa terra. E’ come se nel 1948, quando fu emanata la costituzione italiana, si fosse stabilito, che chi viveva nelle campagne, fuori dalle città, non aveva diritto alla cittadinanza e che quindi sarebbe stato escluso dall’istruzione, dalla sanità e da ogni servizio pubblico. Una follia. Un dato che emerge all’occhio, fin dall’arrivo in aeroporto è il tasso di obesità tra i kuwaitiani. E i numeri relativi ai diabetici ti confermano che la popolazione, assistita dallo stato dalla morte alla nascita, ha molto più di quanto gli serva per vivere. Per questo è ancora più grave il fatto che i Bidun non abbiano accesso ai servizi e al reddito. Le possibilità materiali ci sarebbero. Da un punto di vista più personale, accanto all’amarezza per la loro condizione, il Kuwait ci ha lasciato una sensazione di fascino. Il mondo arabo ci coinvolge molto. Forse sono la lingua, il deserto, gli odori, l’accoglienza. Gli stessi Bidun ci hanno accolto con grande calore.

Quale messaggio vorreste lanciare per sensibilizzare la comunità internazionale di fronte alla situazione dei Bidun?

La questione non è quale messaggio lanciare.La situazione è talmente grave che dovrebbe bastare da sé per smuovere la comunità internazionale a fare pressione sul Kuwait. Noi siamo fotoreporter e abbiamo seguito il linguaggio che ci è più consono. Crediamo nell’informazione come mezzo per creare consapevolezza e smuovere le coscienze. Non possiamo lasciare soli i Bidun!

Laurea di primo grado in Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Pavia e Laurea specialistica in Scienze Internazionali - Global Studies - presso L'Università degli Studi di Torino, ha scoperto la sua passione per il Medio Oriente in Tunisia dove ha iniziato a studiare arabo. Si è poi spostata prima in Turchia, poi in Kuwait, poi in Bahrain per poi approdare finalmente in Palestina. Dopo tre mesi trascorsi a Hebron, è tornata in Europa dove ha svolto uno stage presso la Fondazione Alkarama di Ginevra occupandosi di comunicazione e media.

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