La terra, il popolo e la profezia di Cavallo Pazzo

di

 Il 1986 è l’anno in cui l’umanità raggiunse la capacità di sostentamento della terra e da allora stiamo gestendo l’equivalente ambientale di un bilancio in deficit, che può essere sostenuto solamente depauperando il nostro capitale base. L’aumento della popolazione e dei consumi stanno mettendo sotto pressione, dal punto di vista della domanda,  l’agricoltura e le risorse naturali. Oggi, circa un miliardo di persone sono cronicamente malnutrite mentre i nostri sistemi agricoli stanno contemporaneamente degradando la  terra, l’acqua, la biodiversità e il clima su scala globale.

Per soddisfare la futura sicurezza alimentare mondiale e le esigenze di sostenibilità, la produzione alimentare deve crescere notevolmente, mentre, allo stesso tempo, l’impatto ambientale dell’agricoltura deve ridursi drasticamente.

Si racconta che Tashunka Witki, il capo degli indiani Oglala Lakota, meglio conosciuto come Cavallo Pazzo una volta disse: “Non si vende la terra sulla quale cammina il popolo”; partendo da questa riflessione viene da chiedersi il perché di certi comportamenti a livello politico come ad esempio quello del presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf, co-vincitore del premio Nobel per la pace nel 2011, che ha consegnato oltre un terzo delle terre della sua nazione ad investitori privati durante il suo mandato dal 2006 al 2011. Questa concessione include circa 650000 ettari consegnati a due giganti della produzione di olio di palma; o quella avvenuta in Sud Sudan dove alcuni investitori hanno acquisito circa il 9% della terra, includendo tra l’altro un quarto della terra più produttiva attorno alla capitale, secondo quello che sostiene David Deng, direttore delle ricerche della Law Society Sud Sudan in Juba.

Questi due investimenti evidentemente non possono essere considerati come positivi per la popolazione che si vedrà costretta a perdere gran parte delle terre che usavano come pascoli o come campi per i loro raccolti e nella peggiore delle situazioni anche a migrare perdendo così totalmente le radici con la propria terra. Questo fenomeno viene definito acquisizione di terra su larga scala, oppure con una accezione più negativa, ma forse più realistica “land grabbing” ovvero furto di terre. La prima proposta formale di porre un limite al land grabbing, è stata avanzata dal governo di Tokyo che ha sottoposto  la questione al vertice del G8 de L’Aquila sostenendo la rilevanza della nazione nipponica in questo fenomeno visto che è il primo importatore netto di cibo. L’ex premier nipponico Taro Aso ha anche aggiunto che: “La questione è come sia possibile espandere la produzione di cibo oltre le tradizionali frontiere economiche e geografiche, in modo da poter vivere in maniera sostenibile”. Numerose sono state le campagne di sensibilizzazione e di informazione su questo argomento di cui si è interessato anche il World Social Forum tenutosi a Dakar, Senegal nel 2011 alla quale poi è seguita la Dichiarazione di Tirana, promossa dall’International Land Coalition, che in maniera ferma e decisa denunciava ogni forma di land grabbing.

Vista poi l’evidente scarsità di petrolio nel mondo, ma anche di carbone, prima fonte di inquinamento a livello globale buona parte delle terre che vengono sottratte alle popolazioni locali servono poi per la produzione di biocarburanti, attraverso le sue mille forme e possibilità. Negli anni la necessità di energia per le attività umane è cresciuta sempre di più basti pensare, come dice Tim Flannery nel suo “I signori del clima” che tra il 1800 ed il 1980 l’umanità ha prodotto 244 petajoule di energia e che un uso così sconsiderato dell’energia è veramente impressionante, sopratutto considerando che, nei due decenni tra il 1980 ed il 1999 l’umanità intera ha generato 117 peta joule, cioè quasi la metà del prodotto nel corso dei 180 anni precedenti e che gran parte dell’incremento nell’uso dei combustibili fossili ha avuto luogo negli ultimi decenni, e nove dei dieci anni più caldi mai registrati si sono avuti dopo il 1990.

Proprio per mitigare questi effetti si era ricorso al trattato internazionale siglato a Kyoto, entrato in vigore nel febbraio 2005 che avrebbe dovuto consentire una riduzione delle emissioni di vari agenti inquinanti del 5% rispetto ai livelli misurati nel 1990 nell’arco compreso tra il 2008 ed il 2012.

Lo slogan di Petrini, presidente e fondatore di Slow Food, “Mangiare meno, mangiare meglio” non è un caso in questa società dove il consumatore finale ha perso il contatto con la realtà agricola che lo circonda, inconsapevole delle scelte che vengono effettuate e di conseguenza della qualità del cibo che mangia.

A tal proposito è utile ricordare come secondo uno studio della FAO, un terzo del cibo prodotto non viene mai consumato, con percentuali che si stimano sul 40% sia nei Paesi in via di sviluppo (nelle fasi di trasporto e stoccaggio) sia nei paesi industrializzati (nelle fasi di commercializzazione e consumo). Andrea Segrè e Luca Falasconi  nel loro libro ”Libro nero dello spreco in Italia” sostengono che in Italia, ogni anno, prima che il cibo giunga nei nostri piatti, se ne perda una quantità che potrebbe soddisfare i fabbisogni alimentari per l’intero anno di tre quarti della popolazione italiana, vale a dire di 44.472.914 abitanti. Quantità di cibo sprecato così elevato non sono e non possono essere giustificate. Un impegno concreto di tutti, dal coltivatore/allevatore fino al consumatore finale, passando evidentemente per la distribuzione è quello di ridurre in maniera considerevole lo spreco di alimenti.

Secondo l’articolo pubblicato su Nature intitolato “Solution for a cultivated planet” portare al 95% l’efficienza produttiva solo di 16 tra le più importanti produzioni agricole potrebbe aggiungere 2.3 milioni di tonnellate di nuova produzione con un aumento netto del 58% di quelle che sono le scorte alimentari mondiali. Per quanto quest’ultimo possa essere un obiettivo sicuramente difficile da raggiungere dobbiamo sperare che l’intensificazione di produzione che sta avvenendo nei campi agricoli di tutto il mondo riesca ad aiutarci a raggiungere questo obiettivo, rispettando però quelle che sono le caratteristiche naturali del suolo, riducendo quindi ll’uso di pesticidi e lo spreco d’acqua.

Risulta quindi evidente come lo spreco di cibo e la nostra sempre più cronica necessità di energia per alimentare le nostre città stia portando la terra sull’orlo di un baratro che anche noi semplici consumatori possiamo e dobbiamo cercare di evitare.

Fonti e approfondimenti

Laureto in Scienze Strategiche presso l’Università di Torino. Da sempre interessato a tematiche ambientali ha collaborato dal 2009 al 2012 con l’ONG M.A.I.S. di Torino. Attraverso il bando UNI.COO dell’Università di Torino si reca in Senegal da Aprile a Settembre 2012 per svolgere una ricerca avente come tema principale le acquisizione di terra su vasta scala e le imprese italiane operanti in campo agricolo, con particolare attenzione per quelle che producono biocarburanti. Tra il 2014 ed il 2015 si reca in Messico per svolgere un anno di Servizio Civile.

Articoli

Torna SU