Donne migranti: storie di moderna schiavitù tra Nepal e Golfo Persico

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Stando alle cifre pubblicate dalla Banca Mondiale, il valore delle rimesse in denaro inviate dagli emigrati dei paesi in via di sviluppo alle proprie famiglie rimaste a casa ha superato nel 2012 i 400 miliardi di dollari americani, con un incremento del 6,5% rispetto all’anno precedente. Le proiezioni indicano un aumento del 7,9% per il 2013, del 10,1% per il 2014 e del 10,7% per il 2015, con una cifra che dovrebbe superare i 530 miliardi di dollari. Il Nepal è uno dei paesi in cui si registra il maggior flusso di denaro proveniente dai lavoratori emigrati e le rimesse arrivano addirittura a costituire il 22% del PIL nazionale.

Le rimesse dei lavoratori hanno sicuramente un ruolo cruciale nel processo di riduzione della povertà in Nepal, ma nessuno degli studi realizzati finora ha rilevato un impatto reale nella crescita economica complessiva della nazione. Quasi l’80% dei soldi che le famiglie nepalesi ricevono dai propri parenti emigrati all’estero vengono riutilizzati immediatamente per esigenze di sostentamento quotidiano; solo una piccola parte viene investita per il saldo di prestiti, per il sostegno all’educazione e per l’acquisto di proprietà terriere.

L’elevato numero di cittadini che lasciano il Nepal in cerca di un lavoro sicuro e ben retribuito all’estero ha ricadute significative sulle dinamiche sociali e lavorative del paese. Dal momento che molti dei giovani emigranti provengono dalle campagne, negli ultimi anni si è registrata una crescente scarsità di manodopera nel settore agricolo, con un conseguente aumento dei costi di produzione e l’abbandono di terreni potenzialmente fertili. Queste dinamiche portano anche a un incremento delle migrazioni interne al paese, in particolare dalle zone rurali alle città: qui, tuttavia, le condizioni lavorative non sono migliori, il costo della vita è sicuramente più elevato e questi fattori contribuiscono all’acuirsi delle spaccature sociali.

Il Nepal ha una lunga storia di migrazione alle spalle e al termine della guerra civile è aumentato esponenzialmente il numero di lavoratori che per scelta o necessità ha provato a cercare fortuna all’estero. L’India è da sempre uno dei paesi prediletti, grazie agli accordi esistenti tra i due stati che permettono la libera circolazione dei rispettivi cittadini, ma anche la Gran Bretagna, la Malesia e la Corea del Sud hanno accolto, nel tempo, molti nepalesi. Negli ultimi anni, tuttavia, un’ampia quota del flusso migratorio si è concentrata sui paesi del Golfo Persico.

Le donne costituiscono una fetta importante della popolazione nepalese che lascia la propria terra ed emigra verso la penisola araba. È in paesi come il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, il Bahrain, l’Oman e il Kuwait che le donne nepalesi vedono l’opportunità di lavorare come domestiche e di inviare a casa i soldi guadagnati, per sostenere le proprie famiglie. I fatti di cronaca, tuttavia, restituiscono una realtà complessa fatta di abusi, violenze e sfruttamento.

Nel 1998 il governo nepalese impose il divieto alle donne di lasciare il paese per cercare occupazione nei paesi del Golfo, in seguito a un grave fatto di cronaca in cui una giovane ragazza si era suicidata dopo essere stata violentata in Kuwait. Nonostante il bando delle autorità molte ragazze hanno continuato ad emigrare illegalmente passando attraverso l’India per evitare i controlli alla frontiera. Nel dicembre 2010, dodici anni dopo, il governo nepalese ha rimosso il divieto, consentendo alle donne di trasferirsi nei paesi della penisola araba, a patto che venissero garantiti loro stipendi adeguati, la registrazione presso l’ambasciata e una copertura assicurativa.

In seguito a nuovi episodi di sfruttamento e violenza, le autorità nepalesi hanno promulgato un nuovo divieto nell’agosto del 2012, questa volta indirizzato alle donne al di sotto dei trent’anni, considerate maggiormente a rischio. I dati contenuti nel report del 2011 di UN Women rivelano che circa 244.000 donne erano all’epoca impegnate in lavori nel Golfo Persico e la maggior parte di esse era di età compresa tra i 18 e i 25 anni, ma solo in 56.000 avevano i documenti in regola.

Alcune donne che sono riuscite a superare traumi e paure hanno riportato testimonianze terribili, come quella raccolta dalla CNN in cui Kumari (l’identità completa non è stata resa pubblica) è tornata a casa incinta dopo essere stata violentata in Kuwait dal suo padrone di casa. Veniva ripetutamente picchiata e il padrone si rifiutava di restituirle il passaporto, finché la donna non è riuscita a scappare di casa e a raggiungere l’ambasciata nepalese. Sono molte le ragazze asiatiche che in questi paesi vengono private di ogni diritto e costrette a lavorare fino a venti ore al giorno senza guadagnare alcun salario.

Dipak Adhikari, Consigliere e Vice Capo Missione dell’ambasciata nepalese negli Emirati Arabi, ha spiegato come agenti d’immigrazione clandestini promettano grandi fortune alle ragazze in Nepal, ma che una volta varcato il confine queste vengono letteralmente vendute ai residenti e ridotte in schiavitù. L’ambasciata riceve più di 2.500 richieste annuali di personale femminile da impiegare in lavori domestici, ma circa 100 donne all’anno vengono rimpatriate per aver subito maltrattamenti e violenze. Adhikari fa notare che il divieto imposto lo scorso agosto riguarda la legislazione nepalese, ma non quella degli Emirati Arabi: le agenzie clandestine riescono, dunque, ad aggirare il blocco richiedendo visti lavorativi per “operatrici domestiche” che prima di essere presentati alle autorità nepalesi vengono trasformati in visti per “addette alle pulizie”, per i quali non vige alcuna limitazione al di sotto dei trent’anni. L’ambasciata nepalese di Abu Dhabi sta attualmente fornendo rifugio a 11 donne vittime di violenze, in attesa che possano essere rimpatriate nella propria terra.

Uno degli effetti collaterali dell’ultimo divieto imposto alle donne è stato la fioritura di un mercato illegale di passaporti che ha coinvolto in vicende illegali anche alcuni ufficiali nepalesi. Un episodio di violenza accaduto nel novembre 2012 ha poi portato alla nascita di Occupy Baluwatar, un movimento di protesta che da oltre cento giorni manifesta di fronte alla residenza ufficiale del Primo Ministro del Nepal, come già raccontato precedentemente su WOTS.

Human Right Watch si è espressa negativamente sul blocco imposto alle donne al di sotto dei trent’anni. Nisha Varia, ricercatrice senior presso presso la Women’s Rights Division (la sezione dedicata alla tutela dei diritti delle donne) ha dichiarato esplicitamente che questa decisione limita le opportunità lavorative delle donne senza realmente risolvere la problematica. Anziché operare in termini restrittivi, sostiene Nisha Varia, il governo di Kathmandu dovrebbe stabilire degli accordi bilaterali volti alla salvaguardia e al miglioramento della sicurezza e dei diritti delle donne migranti nepalesi.

Articolo di Andrea Pregel. Imagine di copertina: UN Women Migration Program, Asia Migrant Center, Hong Kong.

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