I Bidun del Kuwait: identità negate

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Il Kuwait non è solo grattacieli, centri commerciali e auto di lusso … Né ville faraoniche e giacimenti petroliferi. Lontano dal centro, alla periferia della Capitale, esistono interi quartieri (città ormai annesse a Kuwait City) dove vivono individui che discendono dalle famiglie che hanno costruito questo Paese e lo hanno difeso durante l’invasione dell’Iraq durante i primi anni ’90. Tuttavia, nonostante la loro lealtà e costante fedeltà all’Emiro e alla sua famiglia, non viene concessa loro la cittadinanza, condizione che li rende apolidi, senza diritti, senza patria, senza identità.

Le loro vicende si intrecciano con quelle della nascita di questo piccolo Emirato. L’anno in cui il petrolio venne scoperto nel giacimento di Burgan (1934) l’Emiro e il Governo decisero di permettere lo stanziamento di numerose famiglie beduine – le quali transitavano nella zona compresa tra Arabia Saudita, Iraq e Kuwait – al fine di aumentare la forza lavoro (che non poteva essere coperta dal modesto numero di abitanti della città). Inizialmente i suddetti individui furono piuttosto scettici a riguardo: abbandonare la vita nomade per un lavoro presso il settore petrolifero non sembrava loro una scelta conveniente. L’Emiro, infine, li convinse promettendo loro una casa, un’occupazione sicura e la cittadinanza kuwaitiana (nonostante, allora, lo Stato Kuwaitiano non esistesse ancora). Di queste tre promesse le prime due furono mantenute: i “nuovi arrivati”, così soprannominati dagli abitanti della città, trovarono sistemazione presso i sobborghi della Capitale, dove il Governo mise a loro disposizione della case di lamiera dette shabiiyat. Per quanto riguarda l’occupazione essi vennero assunti dalla KOC ( la Kuwait Oil Company) e reclutati dall’esercito.

A questo punto è necessario ricordare che la prima Legge Nazionale in tema di cittadinanza venne emanata nel 1959 e che solo nel 1961 il Kuwait raggiunse la sua indipendenza.

Ecco che proprio i termini relativi alla promessa di cittadinanza si dimostrano, fin da subito, confusi: se nel censimento del 1965 queste famiglie vennero incluse nella categoria dei “cittadini”, già a partire dagli anni ’70 si registrarono le prime discriminazioni. Le modalità con le quali venne chiesto agli abitanti del Kuwait di registrarsi presso l’Istituto che noi chiameremmo Anagrafe erano poco chiare e non si manifestò alcun impegno nel renderle più trasparenti. Il risultato fu che la maggior parte delle famiglie stanziate al di là delle mura cittadine non ricevette alcun documento identificativo che le collegasse al Paese; inoltre, soprattutto i più anziani,  non colsero l’importanza che la cittadinanza avrebbe assunto negli anni a venire, soprattutto in termini di privilegi e agevolazioni e, nel timore di essere registrati e tassabili (la maggior preoccupazione tra le popolazioni nomadi di allora), rinunciarono a questo processo di identificazione.

Tra gli anni ’70 e ’80 questa parte di popolazione venne classificata in modi diversi, per lo più dispregiativi, da “potenziali cittadini” a  “senza cittadinanza” (bidun jinsiiya, epiteto con il quale vengono ancora oggi identificati) al più recente “residenti illegali”.

Inizialmente il Governo agì attraverso dei veri e propri ordini di espulsione e di reclusione; quando i Paesi riceventi si rifiutarono di accogliere ulteriori individui, essi vennero semplicemente costretti a rimanere all’interno del loro quartiere (oggi i più popolati sono quelli di Jahra e Taima). I datori di lavoro iniziarono a licenziare i Bidun, le scuole ne espulsero i figli e chiusero loro le iscrizioni per il futuro; venne loro ritirata la patente e venne loro negato il permesso di possedere un numero di cellulare ed una casa.

Tuttavia, il lato più tragico della questione relativa ai Bidun si è registrato durante l’invasione irachena del 1990. Coloro che non erano ancora stati allontanati dall’esercito vennero impiegati in prima fila mentre la maggior parte degli ufficiali kuwaitiani erano già scappati: il massacro fu inevitabile, anche a causa della totale impreparazione delle truppe e della sottovalutazione del nemico. L’anno che seguì vide i Bidun impegnati nella Resistenza, nonostante l’esercito iracheno  avesse previsto pesanti punizioni (fino alla morte) per i non kuwaitiani impiegati in questo tipo di attività. All’alba della liberazione del Kuwait,  l’Emiro non si fermò  per riconoscere loro alcun merito, ma li accusò di tradimento e di collaborazionismo, accuse che resero il loro futuro sempre più difficile.

A oggi il numero dei Bidun si aggira intorno ai 90.000 – 180.000, cifre poco chiare a causa della mancanza di strumenti e di dati certi, risultato delle politiche poco trasparenti del Governo kuwaitiano. I maggiori canali di denuncia arrivano sia dall’interno, grazie al lavoro di personaggi come la Professoressa e attivista Ebtheal Al Khateb e l’Associazione di cui fa parte, il Group 29, sia dall’esterno grazie al monitoraggio di Amnesty International e Refugees International.

Gli anni 2011 e 2012 sono stati caratterizzati da un’ondata di proteste, inizialmente poco organizzate, in seguito più pacifiche e costruttive, le quali hanno raggiunto il panorama internazionale grazie ad Al Jazeera e alla BBC. In questo modo i Bidun hanno acquisito una visibilità a livello mondiale, ma nessun monito di denuncia è stato diretto all’Emiro se non dalle ONG sopra menzionate.

Laurea di primo grado in Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Pavia e Laurea specialistica in Scienze Internazionali - Global Studies - presso L'Università degli Studi di Torino, ha scoperto la sua passione per il Medio Oriente in Tunisia dove ha iniziato a studiare arabo. Si è poi spostata prima in Turchia, poi in Kuwait, poi in Bahrain per poi approdare finalmente in Palestina. Dopo tre mesi trascorsi a Hebron, è tornata in Europa dove ha svolto uno stage presso la Fondazione Alkarama di Ginevra occupandosi di comunicazione e media.

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