Le elezioni in Kenya: pacifismo, passato e la voglia di non sentirsi giudicati

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Il 9 marzo Odinga convoca una drammatica conferenza stampa nella quale dichiara che nel governo kenyota è in atto una congiura per destituirlo. Quattro giorni dopo Odinga viene deposto dalla carica di vicepresidente del partito al governo, il KANU. Un mese dopo Odinga convoca una nuova conferenza stampa in cui dichiara di uscire dal KANU e di rinunciare alla vicepresidenza del Kenya. Nel corso della conferenza, a proposito del governo di Kenyatta, Odinga dice: E’ un nemico molto più spietato e inumano del colonialismo che abbiamo combattuto (Kapuściński 1966)

La scena è semplice e ripetitiva. Sali su un taxi di Nairobi, uno scambio di battute sulla stagione delle piogge che sembra essere già finita, due battute sulle pessime strade di Kileleshwa lasciate a metà dalla ditta giapponese, e la domanda di rito: “ma lei chi sta pensando di votare?”. Kenyatta, ovviamente. E poi: facciamo settanta scellini, grazie, mi lasci qui, kwaheri, buona serata a lei. E ciò che rimane in testa è “Kenyatta, ovviamente”.

Cena con amici a Ngong, fuori Nairobi, in un locale riempito dal fumo della carne alla brace. “Voi chi state pensando di votare?”. Odinga, tappandoci il naso, Odinga. Ci sarebbe Peter Kenneth, certo. E’ giovane, sembra interessante, è fuori dall’eterna e ripetitiva classe politica di questo paese. E di risposta una voce dall’altra parte del tavolo: “non può vincere, non ce la farà mai”. E le donne? Sì, questa volta abbiamo donne candidate, ma fanno parte della vecchia guardia, inutile sperare in un cambiamento. Si vota Odinga, non c’è alternativa.

Dalle parti della fermata GPO (General Post Office), andando verso il centro di Nairobi, c’è da diversi mesi un cartellone della mostra “Kenya Burning”. Delle violenze di fine 2007 se n’è parlato tantissimo, persino in Europa. Un paese sicuro e affidabile come il Kenya che scade nel macello, si scriveva.

Violenze inconcepibili, baraccopoli in fiamme, un governo d’emergenza creato ad hoc. L’interpretazione da nord era tanto semplice quanto prevedibile: è il Kenya, è l’Africa Orientale. Così vanno le cose da quelle parti. Eppure, in Kenya, nel 2007, nessuno se l’aspettava.

Un giorno, salutata l’addetta ai visti del GPO che aveva provveduto a mettermi il timbro di rinnovo, Julian, amico e collega, mi propone un salto alla mostra. Ne vale la pena, aggiunge.

Primo impatto: le copie del Daily Nation del gennaio 2008 appese alle pareti, tra una foto e l’altra. Il Daily Nation si compra una volta scesi dall’autobus, di fronte all’hotel Ambassador. “Daily Nation, please” e lasci 50 scellini. Salti su un altro matatu (minibus locali) e ti metti a sfogliarlo stretto tra la gente, cercando di non dare una gomitata al tuo vicino quando apri pagina 2.

La grafica delle copie del 2008 era identica a quelle del 2012, in tutto e per tutto. E parlavano di centinaia di morti, dietro casa. Raccontavano di una chiesa data alle fiamme dalle parti di Kisumu, provincia occidentale, una chiesa con donne e bambini chiusi dentro.  Sarebbe come trovare una copia de La Repubblica di due anni fa con in copertina immagini di massacri e il titolo “Roma brucia”. L’effetto è praticamente identico.

Secondo impatto: le foto della baraccopoli di Kibera, dalle parti di Karanja road. Chiedo a Julian e mi risponde che eravamo lì proprio ieri. Un giorno qualsiasi, ieri, a Karanja Road, Kibera, con i calzolai al lavoro, i bambini che giocano in strada ed il muezzin della vicina moschea che richiama alla preghiera. Solo 5 anni fa tutto questo era in fiamme. Un mare di baracche schiantate al suolo, che assomigliano a tetti di lamiera visti dal satellite, ma che in realtà sono a terra. Gente che scappa, manifesti di Odinga strappati, Kibaki che gira per le strade spuntando dal tettuccio della sua macchina, in mano un megafono, tentando di calmare la folla inferocita. Solo 5 anni fa. E il timore, forte, che quest’ondata di fuoco torni nel 2013.

Terzo impatto: i racconti. Chiedo a Julian dov’era, lui, in tutto questo. A Kayole, casa sua, altro quartiere di Nairobi, verso est, attraversato dalla vecchia ferrovia per Kampala. Kayole era più tranquilla, mi racconta. Solo qualche scontro terribile, solo qualche decina di morti. L’atmosfera era però irrespirabile, dice. Era guerra civile. Forse lo sarà di nuovo.

Un giorno di settembre ho conosciuto Otieno Ombok, un ex-professore, luminare e combattivo, un personaggio che mi è rimasto addosso. Abbiamo parlato di tutto, dal G8 di Genova (lui c’era stato), alle concessioni edilizie keniane alle imprese cinesi, passando per il governo Kibaki e la formazione del Toro nel 1949, prima dello schianto a Superga. Il prof. Ombok, oltre che per l’imprevedibile conoscenza del mondo calcistico granata, mi ha colpito per la sua campagna denominata “Mkenya Daima”: una lotta pacifica per garantire uno svolgimento senza disordini delle elezioni 2013. Oggi, in Italia, sarebbe doveroso ricordare che se in Kenya non si è ripetuto il disastro del 2007, il merito è anche suo e di quelli come lui, che hanno lottato per far ragionare l’intero paese.

Le elezioni appena trascorse in Kenya sono state una sfida.

Per quelli come il prof.Ombok la sfida era poter scongiurare finalmente il ripetersi della folle equazione etnia = voto, che ha caratterizzato la politica locale nel corso degli ultimi anni. Per Odinga e Kenyatta la sfida di cambiare tutto per non cambiare nulla: i nomi al potere sono e saranno sempre gli stessi. Per Kenyatta, in particolare, la sfida è quella di riuscire a sbeffeggiare la Corte Penale Internazionale andando al potere sostenuto dalla volontà dei suoi stessi compatrioti.

Durante le elezioni le code fuori dai seggi erano interminabili, il sole implacabile. Lo scrutinio è durato più di una settimana, mentre la dose di veleno nei dibattiti cresceva. Le percentuali sono cambiate a ondate e più di una volta. Com’era cominciata, è finita: Uhuru Kenyatta è il nuovo presidente del Kenya. E sembra che la violenza, salvo qualche brontolio nel sonno, sia rimasta sopita.

Uhuru Kenyatta è figlio di quel Jomo Kenyatta “padre della patria”, nonché gran usurpatore dei terreni del paese, corrotto e corruttore, amato dai keniani e disprezzato dai keniani meglio informati.

Raila Odinga è figlio di quel Odinga Odinga che nel 1966, da vice dello stesso Kenyatta, diventava suo oppositore e contestatore, come racconta Kapuściński, anche se le sue righe sembrano essere state scritte oggi.

Entrambi, Kenyatta e Odinga junior, insieme all’onnipresente Kibaki (almeno lui è uscito di scena), sono stati protagonisti consapevoli e complici delle violenze tra il 2007 il 2008. Vorrei poter dire che capisco gli amici che hanno votato Odinga, tappandosi il naso. Vorrei poter pensare che i taxisti siano tutti uguali e votino tutti Kenyatta, il nemico. Vorrei capire cosa succederà a questo Kenya, che ha rincuorato gli alleati, si è aperto all’India e promette oro e incenso agli amici cinesi. Non so dire cosa succederà, ma so bene quel che è successo.

Kenyatta e Odinga hanno svolto la propria campagna elettorale nelle baraccopoli, soprattutto a Nairobi. Mathare e Kibera, le due più grandi, sono stati veri e propri bacini di voti. Per averli basta comprare la gente, nulla di più semplice. Conviene anche, consigliano, regalare magliette colorate con le facce dei due presidenti. Kenyatta, evidentemente, aveva più soldi da spendere, perché se i sondaggi lo davano a meno del 40% due settimane prima delle elezioni, la sua dialettica monetaria ha portato risultati insperati.

Oggi il Kenya ha un nuovo presidente e le sfide, tutte e tre, sia quelle migliori sia quelle peggiori, sono state vinte. Binyavanga Wainaina, strepitoso scrittore keniano, scriveva questa settimana su Internazionale che “La Corte Penale Internazionale dovrebbe rivedere la sua organizzazione e tornare in Kenya quando sarà cresciuta e avrà condannato qualcuno che non sia africano. Il Kenya è un posto reale, con una politica reale”. Concludeva il suo articolo così: “bravo Kenyatta, prometti bene. Domani ricomincerò a prenderlo in giro su Twitter. Sono già stanco di fare la faccia contenta, voglio solo la pace”.

Il Kenya, probabilmente, è tornato quel paese stabile, sicuro e affidabile che ha sempre mostrato di essere agli occhi dell’Occidente. Quest’ultimo, senza mai smentirsi, ha sempre preferito i nomi africani che non cambiano, per non correre il rischio di dimenticarseli. Kenyatta, il nuovo presidente, lo sa bene.

Fonti e approfondimenti

  • Ryszard Kapuściński, “Se Tutta l’Africa”, Feltrinelli 2012, p. 134.
  • Binyavanga Wainaina, “Un nuovo presidente per il Kenya”, Internazionale n.991, 15/21 marzo 2013, p. 40.

Laureato in Scienze Internazionali all'Università di Torino e al Master in Cooperation and Development dello IUSS Pavia, è appassionato di storia e politica dell'Africa. Ha lavorato con l'ONG padovana Karibu Afrika, con la FAO e con altre organizzazioni, principalmente in Italia e in Kenya. Attualmente è PhD Candidate alla De Montfort University di Leicester, dove si interessa di economia dello sviluppo, in particolare degli effetti dell'austerity in Europa e America Latina, degli aiuti condizionati ai paesi in via di sviluppo, della capacità della società civile organizzata di diventare resistente contro la povertà, la disoccupazione e le crisi economico-finanziarie.

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