LGBTI e donne: la questione di genere in Nepal

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Il Ministero Nepalese degli Affari Interni ha recentemente diramato una circolare ai 75 distretti del paese che rende operativa una legge approvata lo scorso anno sul tema delle pari opportunità. L’approvazione di tale legge riconosce ai cittadini il diritto di essere registrati sui documenti di cittadinanza con la dicitura “terzo genere“, misura adottata per tutti coloro che non desiderano essere identificati come “uomo” o “donna”

La circolare sembra essere un primo importante passo verso l’implementazione della direttiva del 2007 della Corte Suprema che definiva lesbiche, gay, bisex, transgender e intersex (LGBTI) come “persone naturali” e ne supportava i diritti.

La direttiva, inoltre, parlava in favore dei matrimoni gay e anche in tal senso si registrano alcuni passi avanti. In Nepal non esiste un censimento ufficiale della comunità LGBTI, ma alcune stime indicano che il numero potrebbe aggirarsi intorno ai 500.000 individui (in un paese di circa 27 milioni di abitanti). Commenti positivi sono arrivati da Bhumika Shrestha, il primo politico nepalese transgender e membro del Congresso, e da Manisha Bista, presidente della FSGMN, la Federazione Nepalese per le Minoranze Sessuali e di Genere.

Tra i promotori dell’iniziativa si era distinta la Blue Diamond Society, un’organizzazione nata nel 2001 per difendere i diritti delle minoranze sessuali. È di questi giorni la notizia che il governo ha rifiutato all’associazione il rinnovo delle licenze senza fornire motivazioni specifiche. Il mancato rinnovo comporta l’impossibilità di accedere ai fondi, compresi quelli del Global Fund, rischiando di mettere in seria difficoltà l’organizzazione, le 750 persone appartenenti allo staff ed il regolare funzionamento dei 42 uffici sparsi sul territorio nepalese.

Il riconoscimento dei diritti di coloro che si identificano nel “terzo genere” appare tanto positivo, quanto sorprendente, in un paese estremamente religioso, tradizionalista e conservatore come il Nepal, in cui circa il 60% delle ragazze si sposa prima dei 18 anni (spesso in matrimoni combinati, a volte poligami), un buon 20% delle quali intorno ai 15 anni e a volte anche tra gli 11 e i 13 se le famiglie non riescono a provvedere al loro sostentamento. Queste pratiche sono diventate meno comuni nella capitale, Kathmandu, ma l’80% della popolazione vive in zone rurali, dove alcune consuetudini mantengono una certa solidità.

È il caso, ad esempio, della comunità Lama del distretto di Humla, situato nell’estrema regione nord-occidentale del Nepal, in cui circa il 10% delle famiglie pratica ancora la poliandria, una forma di poligamia in cui una donna instaura una relazione con più uomini. Nello specifico, dopo che il figlio primogenito ha preso una ragazza in sposa, i suoi fratelli minori sono costretti a sposare la stessa donna, ma tutti i figli nati da queste relazioni verranno sempre riconosciuti unicamente al fratello maggiore. Rompere questa catena, sposare autonomamente una donna senza rispettare la tradizione, significa venire esclusi dal nucleo famigliare.

Quella del “chaupadi” è un’altra usanza ancora diffusa, soprattutto nei villaggi dell’estremo ovest del Nepal: le donne sono costrette a trascorrere giorni di isolamento all’interno delle stalle degli animali durante il periodo mestruale. La pratica affonda le proprie radici nella tradizione induista che considera le donne impure nei giorni del ciclo e del parto: è per questo motivo che più del 90% delle donne al di fuori delle città partorisce a casa o nei capanni adiacenti e mensilmente ognuna di loro rispetta l’esilio imposto dal chaupadi. Queste capanne, tuttavia, possono rivelarsi dei luoghi pericolosi: negli scorsi anni sono stati riportati casi di donne stuprate, uccise dal morso di serpenti o morte di ipotermia mentre osservavano il rito di isolamento. L’ultimo caso risale ad alcuni mesi fa nel distretto di Jajarkot: una ragazza di sedici anni è morta in seguito a una frana, rimanendo sepolta sotto le macerie della capanna in cui era stata confinata per osservare il chaupadi.

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Newtown Festival, Rakchyaka, Nepal (2012). Foto di ACON

Nel frattempo, a Kathmandu, il movimento Occupy Baluwatar ha celebrato i 100 giorni consecutivi di protesta. L’iniziativa è nata in seguito a un riprovevole fatto di cronaca, per denunciare il crescente problema della violenza di genere.

La legge nepalese vieta alle donne al di sotto dei trent’anni di migrare da sole verso i paesi arabi in cerca di lavoro e questo ha portato alla fioritura di un mercato illegale di passaporti. Nel novembre 2012 una donna nepalese al rientro dall’Arabia Saudita è stata trovata in possesso di un passaporto falso, è stata condotta al centro di detenzione per l’immigrazione ed è stata derubata e violentata ripetutamente da ufficiali del governo. Quando la stampa è riuscita a far emergere la storia, gruppi di volontari di provenienza diversa hanno dato vita al movimento, che dal 28 dicembre 2012 raccoglie ogni giorno decine di manifestanti di fronte a Baluwatar, la residenza ufficiale del Primo Ministro. Il movimento ha creato una lista di richieste specifiche, suddivise in obiettivi a breve e lungo termine, e chiede al governo di realizzare interventi concreti per porre fine alla violenza sulle donne e per creare leggi più strutturate in materia di migrazione e questione di genere.

La costante instabilità politica rappresenta un grande ostacolo sulla via delle riforme in Nepal. Dopo oltre un decennio di guerra civile tra maoisti e monarchici, nell’ormai lontano 2008 è stata proclamata la repubblica federale; ancora oggi, tuttavia, quasi cinque anni dopo, il Nepal si ritrova senza Parlamento e senza una vera e propria Carta Costituzionale. Lo scorso marzo Khil Raj Regmi è stato nominato Primo Ministro del governo ad interim al posto di Baburam Bhattarai. La manovra è volta a favorire il cammino che dovrebbe portare il paese alle elezioni nel giugno 2013, ma il panorama sociale e politico relativo alle questioni di genere in Nepal si presenta ancora oggi complesso e contraddittorio.

Da una parte, i riconoscimenti ottenuti dalla comunità LGBTI segnano una tappa importante per il paese nel processo di integrazione delle minoranze, ma questi risultati positivi arrivano in un’epoca di evidente instabilità politica in cui esistono ancora molte diseguaglianze, e in cui le donne vedono ancora lontano, molto lontano, il traguardo della reale parità dei diritti.

Articolo di Andrea Pregel. Immagine di copertina: Nepal pride festival 2010, di UK in Nepal

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