La consegna di “Terminator” Ntaganda al Tribunale dell’Aia e il ruolo giocato dal Ruanda

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Un sorriso radioso ed un debole per i cappelli da cowboy, ma un soprannome che ricorda la sua vera natura: “Terminator”. Bosco Ntaganda è tornato sotto i riflettori di tutti i media internazionali quando lunedì 18 marzo ha varcato l’ingresso dell’ambasciata americana a Kigali (Ruanda) richiedendo ai diplomatici americani di essere consegnato alla Corte Penale Internazionale (CPI), istituzione che nel 2006 ha emesso un mandato di arresto nei suoi confronti. La CPI è il primo tribunale internazionale permanente istituito per perseguire individui accusati di genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e di aggressione.

“Non arrestare Bosco permettendogli di camminare liberamente come se non avesse commesso alcun crimine è inaccettabile”. Si è espressa così Fatou Bensouda, eletta nel mese di giugno procuratore capo della Corte. Il mandato di arresto del 13 gennaio 2006 è molto chiaro sui reati commessi dal generale Ntaganda.

Secondo i procuratori della Corte il generale è ritenuto penalmente responsabile di aver violato l’articolo 8 dello statuto della CPI; in particolare è ritenuto colpevole di aver favorito l’arruolamento e la coscrizione di minori al di sotto dei 15 anni e del loro coinvolgimento nel conflitto che ha avuto luogo nella zona di Ituri (Repubblica Democratica del Congo) tra luglio del 2002 e la fine del 2003 e che ha visto l’uccisione di circa 800 civili per motivi etnici. Nell’estate del 2012 la corte ha rilasciato un nuovo mandato d’arresto per il generale, avendo costatato la presenza di elementi sufficienti per l’imputazione di altri quattro crimini contro l’umanità: omicidio, stupro, riduzione in schiavitù sessuale e persecuzioni.

Nel corso di questa settimana i governi americano e ruandese hanno deciso congiuntamente di collaborare con la Corte per il trasferimento del generale Ntaganda presso l’Aia, sede centrale della CPI. Tuttavia sono le circostanze attorno a tale decisione a risultare interessanti.  Stati Uniti e Ruanda non sono firmatari dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale e di conseguenza non sarebbero vincolati alla consegna di Ntaganda alla Corte; nello specifico Kigali ha più volte manifestato il proprio dissenso per l’attività del tribunale.

Lo stesso Kagame, presidente del Ruanda, nel 2008, in occasione del mandato d’arresto della CPI per il presidente sudanese Omar al-Bashir, ha definito l’attività del Tribunale dell’Aia come una “nuova forma d’imperialismo”, aggiungendo che “il Ruanda non può approvare questa forma di colonialismo, schiavitù e imperialismo”. A complicare la situazione si è aggiunta questa settimana la dichiarazione del ministro degli esteri ruandese, Louise Mushikiwabo, la quale ha dichiarato che “ la Cpi è una corte politica e noi non abbiamo mai creduto nella sua giurisdizione”, rinnovando però il proprio appoggio al governo americano e impegnandosi personalmente a fornire qualsiasi forma di supporto utile a risolvere la “questione Ntaganda”.

Per comprendere meglio i rapporti che intercorrono tra il governo ruandese e il generale Ntaganda è opportuno ricordare brevemente la sua storia. Bosco Ntaganda nasce nel 1973 a Kinigi, nel nord del Ruanda, a due passi dal confine con la Repubblica Dem. del Congo. Nel 1990 Ntaganda si arruola nel Fronte Patriottico Ruandese (RPF), combatte fianco a fianco e sotto il comando di Paul Kagame, leader del RPF e oggi presidente del Ruanda, con lo scopo di porre fine al genocidio del ’94.

Nel 2002 entra a far parte dell’Unione dei Patrioti Congolesi (UPC) e successivamente aderisce al Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo ( CNDP) di Laurent Nkunda, del quale diventa leader grazie all’appoggio del Ruanda. Con l’integrazione del CNDP nell’esercito regolare congolese, Kabila, presidente della Repubblica Democratica del Congo, noncurante del mandato d’arresto del 2006 della CPI, lo nomina generale dell’esercito. Nel 2012 conduce un ammunitamento e, insieme ad un folto gruppo di soldati, contribuisce a formare un nuovo movimento, l’M23.

Ciò che è più sorprendente per un signore della guerra come Ntaganda, ricercato per crimini di guerra e contro l’umanità, è la poca prudenza di cui ha dovuto disporre per non essere catturato. Il generale non solo per anni ha vissuto liberamente nella città di Goma (RdC) dove, secondo la Bbc, risulta proprietario di una fabbrica di farina, un hotel, un bar e un allevamento di bestiame, ma ha, con l’aiuto di ex-appartenenti al CNDP, ricevuto introiti dall’attività di estrazione mineraria, intrattenendo rapporti commerciali con acquirenti americani, francesi e nigeriani per la vendita di grandi quantitativi d’oro (cfr. articolo di Mac McClelland). Inoltre Ntaganda avrebbe oltrepassato più volte il confine tra Congo e Ruanda sotto gli occhi dei funzionari di entrambi i governi. In particolare i funzionari ruandesi avrebbero affermato che il suo status non sarebbe un problema del governo ruandese ma piuttosto di quello congolese, aggiungendo che “Bosco contribuisce alla pace e la sicurezza nella regione, che converge con l’obiettivo del Ruanda”.

A tutti questi precedenti si aggiungono le recenti accuse da parte di un gruppo di esperti delle Nazioni Unite, che in un rapporto dettagliato ha individuato nel governo ruandese un sostenitore del M23, movimento nel quale Ntaganda avrebbe avuto un ruolo fondamentale. Pertanto, considerati tutti questi elementi, ci s’interroga sull’improvvisa disponibilità del governo ruandese a collaborare pienamente con la Corte Penale Internazionale e a consegnare il generale al Tribunale dell’Aia. Evidentemente il ruolo e l’influenza che Washington ha esercitato ed esercita ancora su Kigali sono stati fondamentali nel garantire una pacifica e pronta consegna di Bosco Ntaganda.

Laurea di primo grado in Relazioni Internazionali e Laureando in Sviluppo, Ambiente e Cooperazione presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Torino. Pluriennale esperienza sul campo nel settore dell’aiuto allo sviluppo, in particolare nell’ Africa Sub-Sahariana e nei paesi membri dell’East African Community ed editore dell’area “Eastern Africa” di GLOBI – Osservatorio Globale sull’Inclusione. Attualmente è basato a Juba, in Sud Sudan, dove supervisiona il reparto approvvigionamenti di un’organizzazione non governativa che opera in ambito sanitario.

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