Il Mali e l’acqua: un’analisi del terreno umano

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Incontro Alberto Salza a Palazzo Nuovo, sede dell’Università di lettere di Torino. Ho scelto lui che ama definirsi “un analista del terreno umano” per fare il punto sul Mali. Ho scelto lui perché ha viaggiato l’Africa a piedi in lungo e in largo e sa di cosa sta parlando. Gli parlo dell’articolo che sto scrivendo e stabiliamo in breve che fare un’analisi politica completa è complesso al punto da essere fuorviante, correndo il rischio di tralasciare aspetti cruciali di questa nuova guerra.

Mi racconta dei finti Bambara e dei veri Tuareg, un popolo fiero e aristocratico secondo lo stereotipo dell’uomo bianco, ma feudale e razzista per i neri. I Tuareg allevavano bestiame spostandosi di oasi in oasi (dove lavoravano i loro schiavi neri).

Detenevano il potere sul sale, bene prezioso anche per il sudore dei contadini del sud, dove si riusciva a praticare l’agricoltura grazie alle piene del Niger. Gli agricoltori del sud avevano bisogno dei nomadi del nord e viceversa: erano complementari nelle loro differenze. Nel 1864 la Francia arriva e distrugge questo equilibrio: col buon proposito di difendere le popolazioni del sud schiavizzate dai ricchi mercanti del nord – totalmente islamizzati – fa saltare il mercato del sale e tenta di imporre un’identità cristiano-animista ai bambara per poterli impiegare contro i tuareg.

I Bambara (meglio: Bamana) secondo quanto sostiene Jean L. Amselle nel suo libro Logiche Meticce, non sono altro che «oggetti etnici costruiti dalla Storia e inventati di sana pianta dal sistema coloniale francese che aveva l’aspirazione illuminista di “evolvere” le popolazioni colonizzate». Questa “ventata di uguaglianza democratica” imposta dall’occidente fa sì che i carovanieri tuareg si chiudano a riccio nel nord del paese e che i bambara, in quanto gruppo maggioritario e favorito dai Francesi ottengano l’indipendenza, che arriva nel 1960. Poco dopo il Paese entra in un’amministrazione di stampo marxista, da cui esce nei primi anni ’90, per quindi piombare nella trappola dei Piani di Aggiustamento Strutturale (PAS) imposti dalla Banca Mondiale. I tagli alla spesa pubblica (essenzialmente riduzione della burocrazia) colpirono essenzialmente i bambara educati e impiegati nell’amministrazione statale, l’unico ente in grado di fornire lavoro. Così il sud si venne a trovare in crisi politica e sociale, dopo aver però lasciato nella povertà il nord degli antichi padroni feudali: i Tuareg. Una situazione analoga avvenne anche in Rwanda tra Hutu e Tutsi; esito: il genocidio in Rwanda e la guerra permanente in Congo, ancora attiva con milioni di morti

A quanto pare, per decenni si è pensato che il Mali fosse privo di materie prime. Tra i sahariani si diceva ironicamente che si chiamasse Mali per la penuria di beni. Salza mi chiede: «Cosa c’è in Mali?»; e io elenco, da brava scolaretta: «oro, gas, uranio». Alla lista manca qualcosa, talmente fondamentale a cui non pensa nessuno, neppure gli analisti. In Mali c’è l’acqua. C’è il fiume Niger che con i suoi 4200 km di lunghezza è il fiume principale dell’Africa occidentale e bagna Guinea, Sierra Leone, Mali, Niger, Benin, Nigeria. I ribelli e i gruppi jihadisti si stavano pericolosamente avvicinando a questa fonte di vita (per non parlare dello sviluppo agricolo: gli asset degli alimenti-base si sono apprezzati nelle Borse di oltre il 200%) e andavano fermati. Merci France! Un controllo del delta interno del Niger (Pondo), proprio dove un tempo il fiume aveva ramificazioni verso il nord e non deviava come oggi decisamente a sud, avrebbe potuto costituire una minaccia serissima, resa possibile dall’ingegneria idraulica. In caso venisse bloccato o deviato il corso del fiume, non arriverebbe acqua in Nigeria e andrebbe a crearsi una situazione molto pericolosamente simile a quella che si presentata in Uganda, Sudan ed Egitto per il controllo sul flusso del Nilo. Il punto è che l’acqua è una risorsa fluida per definizione: attraversa confini, si infiltra sottoterra, non ha rispetto per le barriere doganali, non bada al colore della pelle o alla religione. L’acqua è anarchica, e va domata.

Da questa prospettiva depurata di armi, negoziazioni e interventi militari, tutto appare fin troppo chiaro e allarmante. Nel 1995, Ismail Serageldin fu uno dei primi ad affermare che le guerre del futuro si sarebbero combattute non tanto per il petrolio quanto per l’acqua. In Mali si sta giocando una partita che ha avuto inizio con la creazione di Stati nazione, una politica che non ha tenuto minimamente in conto il sistema ecologico coerente tra Niger, Mali e Algeria (oltre che verso sud). Va ricordato che il rapporto 2006 sullo sviluppo umano del Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite (Undp) sostiene ottimisticamente che le acque transfrontaliere possano essere usate come ponti per la cooperazione tra Stati. Forse sarebbe così se i confini degli Stati africani non fossero stati disegnati arbitrariamente da un Van Gogh impazzito della geopolitica alla fine della seconda Guerra Mondiale. Senza tenere conto di dimensione storica e culturale, sono nati Paesi come il Togo, il Benin, il Ghana, dove scorrono corsi d’acqua che vengono spartiti tra un nord e un sud dal passato conflittuale, mentre i gradienti dell’ecosistema, da umido ad arido, tagliano gli stessi Stati in fasce orizzontali. Per cui, all’interno dello stesso paese potete essere tradizionalmente ostili alle popolazioni meridionali, ma fratelli di sangue di quelle dei due Stati confinanti a est e ovest. In qualche modo, la suddivisione nord-sud (anche di guerriglia) di Paesi come il Senegal, il Sudan o il Mali evidenzia questa anomalia. Il vero pericolo in queste polveriere artificiali chiamate Stati è che la rincorsa all’oro-acqua si intrecci a rivendicazioni identitarie che vengono supportate e combattute da paesi (la Francia) o gruppi (i jihadisti del nord) esterni ed estranei all’ideale utopia di autogestione del proprio territorio nazionale e delle proprie risorse. Si tratta esattamente di land-grabbing, accaparramento delle terre e del loro sottosuolo per motivi che vanno dal profitto alla geopolitica. Salza spiega bene il concetto nel suo articolo “Terre di Nessuno: la costruzione di non-territori”: Ovviamente, l’acquisizione di terre da parte di enti estranei alle popolazioni locali ha a che fare con le risorse che esse contengono. Tradizionalmente, erano le ricchezze del sottosuolo, l’obiettivo dell’esproprio. Oggi è l’acqua.

Per farla breve, tutti hanno i propri interessi. La comunità internazionale non può permettersi che il fiume Niger venga messo sotto assedio dai ribelli e i ribelli tuareg, a tre giorni dall’intervento francese, hanno dichiarato che sono pronti ad appoggiare i francesi contro i gruppi islamici che controllano il nord del paese. Anche la Cina, che colonizza investendo su strade e dighe sta a guardare, serafica ma attenta, la cronaca di questi giorni. Alla Cina non mancano di certo le terre, ma ha bisogno di irrigarle. Al Qaeda, dal canto suo, sta mirando a qualcosa che frutta molto più del petrolio: il controllo dell’acqua per la destabilizzazione. Il profitto verrà in seguito, semmai. Come sempre, le vittime saranno le genti del sud e del nord, dove la contraddizione, fasulla e costruita dal colonialismo, tra bianchi (nord) e neri (sud) porterà a una resa dei conti con il solito macello che gli analisti definiranno “etnico”, per non intervenire. La stessa cosa sta capitando in Darfur, sotto cui c’è un lago di acqua fossile di 30.000 km2, e di cui non parla più nessuno.

Fonti e approfondimenti

Laureata in Scienze del Governo e dell’ Amminisrazione a Torino, con un background economico (Master II in Economie et gestion, Universitè Lumiere Lyon 2). Ha discusso una tesi sulle imprenditrici straniere a Torino analizzando punti di forza e debolezza dei servizi locali. Lavorando presso l’Organizzazione Internazionale del Lavoro si è occupata di formazione nel gender mainstreaming, specializzandosi in migrazioni internazionali e genere. Ha contribuito alla pubblicazione del pacchetto formativo sulla Protezione della maternità per l’ILO collaborando con UNICEF, IBFAN, GIFA e UN Women. Attualmente lavora tra Bruxelles e Dakar occupandosi di violenze di genere, diritti umani e project management.

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