Ruanda: un’analisi delle politiche abitative nella città di Kigali

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Il Ruanda è conosciuto da tutti come “il paese delle mille colline”  e risulta difficile contraddire chi ha attribuito tale pseudonimo a questo piccolo stato, ricco di splendidi paesaggi e reduce da un passato tormentato. Chi visita per la prima volta Kigali non può che rimanere stupito dalle verdi colline che circondano tutta la città; tuttavia un  turista dall’occhio attento potrebbe chiedersi come mai la densità degli insediamenti urbani che caratterizza la maggior parte delle colline della città, risulti totalmente assente in alcune zone. Tra il 1994 e 2002 la popolazione urbana di Kigali è cresciuta in modo considerevole grazie alla crescita naturale degli abitanti, alle migrazioni dalle zone rurali del paese e al fenomeno dei cosiddetti “returnees” ovvero i cittadini ruandesi rifugiatisi nei paesi limitrofi durante il genocidio del ’94.

Prima del 1994, la domanda di suolo urbano a scopo abitativo veniva soddisfatta dalla presenza di un mercato consuetudinario di terreni, che tuttavia non venne mai riconosciuto ufficialmente  dal  nuovo governo che si insediò in seguito al genocidio. Lo stesso  governo che ostacolò la comparsa di nuovi slums e non propose una soluzione abitativa alternativa per la fetta di popolazione più povera, generando un’ulteriore pressione sugli insediamenti informali già esistenti. Nell’ambito delle misure di pianificazione del governo per lo sviluppo del paese, nel 2007 è stato elaborato un piano strategico per la gestione del suolo urbano nella città di Kigali. Il piano evidenzia la necessità di miglioramento delle condizioni abitative dei quartieri densamente popolati, con particolare riferimento al sistema di approvvigionamento dell’acqua, ai servizi igienico-sanitari e al potenziamento del sistema stradale. Sfortunatamente il piano strategico promosso dalla municipalità di Kigali non sta riscuotendo particolare successo fra la popolazione a basso reddito. Nell’intento di promuovere una serie di progetti di rinnovamento urbano nelle zone centrali della città, il comune di Kigali ha inaugurato una stagione di sfratti, espropriazioni e demolizioni di numerose abitazioni, concentrandosi particolarmente nei quartieri di Kiyovu e Chimichenga, dove centinaia di famiglie sono state private delle proprie case in nome di un discutibile “interesse pubblico”.

La legislazione ruandese prevede espressamente la possibilità di espropriare per interesse pubblico, predisponendo una giusta ed equa compensazione e garantendo ai cittadini un preavviso minimo di 90 giorni. Il governo ruandese definisce un “atto di interesse pubblico” come “un azione promossa dal governo, da un’istituzione pubblica, un’organizzazione non governativa, un’associazione legalmente riconosciuta o da un individuo, con lo scopo di sostenere l’interesse pubblico”. E’ chiaro che una definizione di questo tipo lascia ampio spazio ad un uso improprio di tale principio. Sono numerosi i casi  in cui la superficie urbana espropriata è stata successivamente venduta o concessa in utilizzo ad imprese private, che in seguito l’hanno utilizzata per scopi commerciali. Accade sovente che le stesse imprese private siano incaricate di versare ai cittadini di Kigali la giusta compensazione per il “volontario” abbandono dei terreni; in seguito tale cifra viene dedotta dal totale che l’impresa dovrà depositare nelle casse del comune per la registrazione del terreno acquisito.

Ai cittadini di Kigali vengono offerte due opzioni :  accettare la cifra concordata e scegliere autonomamente una nuova abitazione o investire la compensazione ricevuta in una nuova casa nella zona di Batsinda, a circa 15 km dalla capitale. E’ opportuno ricordare che le nuove case a Batsinda sono state progettate e costruite secondo un unico modello, senza valutare né l’ampiezza del nucleo famigliare né la possibilità di ampliamento della struttura abitativa, rendendo la vita delle famiglie numerose ancora più difficile. Coloro che hanno scelto autonomamente una nuova abitazione hanno dovuto affrontare una serie di difficoltà tra cui l’innalzamento dei prezzi dei terreni, l’assenza di pianificazione urbana e la carenza di servizi alla persona nelle nuove aree di insediamento.

L’80% dei nuclei famigliari a Kigali è potenzialmente esposto a questo tipo di espropriazione, che nella maggior parte dei casi ha origine da una logica di mercato. I compensi corrisposti alle famiglie corrispondono al valore dell’unità abitativa edificata sul terreno e non al valore del terreno stesso, giacché il proprietario del suolo urbano rimane il comune di Kigali. Solo le famiglie proprietarie delle loro abitazioni hanno il diritto di ricevere un risarcimento. Chi vive in affitto non riceverà nulla in caso di espropriazione. La conformità della legislazione ruandese con gli standard internazionali sul diritto all’abitazione risulta controversa. L’articolo 25 della Dichiarazione Universale sui Diritti dell’Uomo ricorda che “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute, il benessere proprio e della propria famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e hai servizi sociali necessari…” mentre Il Patto Internazionale sui diritti economici, sociali e culturali dedica un’attenzione particolare al diritto alla casa e alla protezione dei cittadini dalle pratiche di espropriazione forzata intraprese dai governi.

Le politiche abitative e di pianificazione urbana nella capitale ruandese sono state oggetto di numerosi studi da parte delle Nazioni Unite, di ricercatori e di organizzazioni non governative, che in coro hanno richiesto al governo ruandese il rispetto degli standard internazionali sul diritto alla casa e hanno esortato la municipalità di Kigali ad inserire nel piano strategico di gestione del suolo urbano dei provvedimenti che garantiscano migliori condizioni abitative ai residenti di Kigali.

Immagine di copertina: Vista di Kigali, Ruanda © Oledoe.

Fonti e approfondimenti

Laurea di primo grado in Relazioni Internazionali e Laureando in Sviluppo, Ambiente e Cooperazione presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Torino. Pluriennale esperienza sul campo nel settore dell’aiuto allo sviluppo, in particolare nell’ Africa Sub-Sahariana e nei paesi membri dell’East African Community ed editore dell’area “Eastern Africa” di GLOBI – Osservatorio Globale sull’Inclusione. Attualmente è basato a Juba, in Sud Sudan, dove supervisiona il reparto approvvigionamenti di un’organizzazione non governativa che opera in ambito sanitario.

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