Strategie Nazionali per l’inclusione dei Rom. La lezione catalana all’Europa

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L’approvazione di ‘Strategie Nazionali per l’Integrazione dei Rom’ da parte di tutti gli stati membri dell’Unione Europea avvenuta tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 ha rappresentato – secondo molti – una tappa fondamentale nel processo di creazione di una politica comune in grado di mettere fine all’esclusione della (cosiddetta) ‘più grande minoranza etnica d’Europa’. La decisione della Commissione Europea adottare un quadro strategico comune si basa innanzitutto sull’incapacità dimostrata finora dai governi europei di garantire l’accesso dei Rom ai diritti fondamentali attraverso le politiche sociali già esistenti, in applicazione della Direttiva 2000/43/CE relativa alla ‘parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica’. A questo dato si é sommata la consapevolezza che l’elevato numero di progetti di inclusione realizzati a livello locale da entità pubbliche e organizzazione no-profit, non è in grado da solo di portare ad un miglioramento significativo e generalizzato delle condizioni di vita dei Rom in Europa.

Il processo di EUropeizzazione della ‘questione Rom’ aveva trovato la sua prima approvazione istituzionale nella risoluzione del Parlamento Europeo del gennaio 2008 per la creazione di una Strategia EU per i Rom, basata a sua volta sulla mozione del membro ungherese (di origini rom) del Parlamento Europeo Lívia Járóka (Fidesz – Ppe). La risoluzione del Parlamento fu appoggiata dalla European Roma Policy Coalition (ERPC) e successivamente dai governi membri della Decade of Roma Inclusion, un’iniziativa internazionale promossa nel 2005 dalla Banca Mondiale e dall’Open Society Institute per sostenere l’adozione e monitorare l’esecuzione di piani di azione per i Rom in undici paesi ex comunisti più la Spagna. Il crescente impegno delle istituzioni europee riguardo alla ‘questione Rom’ ha generato alcuni interrogativi sia in relazione alla necessità di adottare politiche sociali esplicitamente rivolte ad un gruppo etnico in ogni Stato Membro, sia in relazione alla definizione della popolazione beneficiaria di tale politiche (gruppi Rom nazionali o immigrati? Rom poveri o Rom come gruppo culturale?). Di conseguenza, ogni stato ha costruito la propria strategia ed individuato i suoi beneficiari in base alla propria percezione del ‘problema’.

In questo contesto, la crescente esigenza di trovare una risposta all’esclusione dei Rom ha spinto molti stati europei a guardare alla Spagna in cerca di ispirazione. La lunga esperienza di questo stato nel campo delle politiche pubbliche rivolte ai gitani (i Rom spagnoli, per usare le categorie comunitarie), insieme alla considerazione che essi vivono indubbiamente in migliori condizioni rispetto a qualsiasi altro Rom in Europa, è diventata gradualmente una giustificazione plausibile per adottare la Spagna come modello di integrazione dei Rom. La Spagna infatti aveva già anticipato i criteri su cui si è costruita la strategia europea per l’inclusione dei Rom, ottenendo apparentemente ottimi risultati. Tali criteri comprendono: (1) la multidisciplinarità, ovvero il coordinamento tra politiche dell’occupazione, politiche educative, politiche sanitarie e politiche della casa; (2) la specificità, ovvero l’adozione di una ‘impostazione mirata’ che risulti nel disegno e nell’esecuzione di iniziative specifiche (ma non esclusive) esplicitamente rivolte ai Rom; (3) la partecipazione della società civile Rom allo sviluppo ed alla valutazione di tali politiche.

Tuttavia, l’immagine del ‘modello spagnolo’ che emerge da un recente rapporto di ricerca sull’impatto delle politiche per i gitani in Catalogna lascia alquanto a desiderare. Nonostante le raccomandazioni contenute nella ricerca che presentiamo siano rivolte alle autorità catalane, la sostanza fornisce un’importante lezione per l’Europa, soprattutto in questo primo anno di implementazione delle Strategie Nazionali di Inclusione dei Rom.

Lost in Action? Evaluating the 6 years of the Comprehensive Plan for the Gitano Population in Catalonia (questo il titolo inglese) è il risultato di un progetto di ricerca durato un anno, realizzato dalla Federazione delle Associazioni Gitane della Catalogna (FAGiC) ed il gruppo EMIGRA dell’Università Autonoma de Barcelona (UAB), che hanno potuto contare sulla collaborazione di Stefano Piemontese, membro di WOTS?. Il rapporto di ricerca – finanziato dal Roma Initiatives Office delle Open Society Foundations sotto il patrocinio della EU Roma Framework Advocacy Grant – offre un’analisi approfondita del disegno, dell’esecuzione e dell’impatto dei primi sei anni di attuazione del Piano Integrale del Popolo Gitano in Catalogna (PIPG) varato dal governo catalano alla fine del 2005. Alle origini di questo lavoro di valutazione vi è, da un lato, la preoccupazione dell’associazionismo gitano catalano di fronte agli scarsi risultati del Piano Integrale; dall’altro, l’interesse accademico per il divario esistente tra l’entusiasmo provocato da forme di ‘democrazia deliberativa’ e la reale partecipazione della popolazione gitana.

Il PIPG ha rappresentato un’iniziativa pioniera per l’epoca. Tra i suoi contributi più significativi è da evidenziare lo stimolo della ‘partecipazione gitana’ così come il carattere integrale (o multidisciplinare) delle iniziative proposte sia nella prima (2005-2008) sia nella seconda edizione (2009-2013). Un suo indubbio successo è stato quello di aver creato una struttura organizzativa caratterizzata almeno inizialmente da un notevole dinamismo e da un elevato livello di partecipazione di rappresentanti istituzionali e delle associazioni gitane. Tuttavia, malgrado  l’enorme importanza simbolica in termini di compromesso politico e riconoscimento culturale del Piano Integrale non sia in discussione, questo é diventato gradualmente oggetto di aspre critiche: l’impatto sulla popolazione beneficiaria è stato di gran lunga minore del previsto; l’esecuzione delle politiche e iniziative previste si é caratterizzata per importanti carenze organizzative, procedurali e di gestione.

Se da un lato la ricerca dà voce ad un diffuso sentimento di delusione e ai molti ‘scomparsi in combattimento’ (lost in action), dall’altro richiama l’attenzione il tono ottimista del rapporto, che ha portato alla luce il vero potenziale del PIPG. Le critiche lasciano spazio a raccomandazioni pratiche che potranno essere incluse nella prossima edizione. Tuttavia, per raggiungere l’obiettivo originario di ‘equiparare socio-culturalmente ed economicamente la popolazione gitana catalana con la società di cui è parte’ la strategia catalana dovrà essere riformata alla radice.

L’approvazione del PIPG fu caratterizzata da un compromesso politico trasversale, consolidato nel 2001 dal riconoscimento ufficiale da parte del governo catalano ‘del l’identità del popolo gitano e del valore della sua storia e della sua cultura’. Attualmente, a livello europeo la latitanza sia della ‘questione rom’ dalle agende politiche nazionali (se non in casi urgenti), sia di una seria agenda di politiche sociali in generale (ad esclusione di quelle di ‘contenimento’) sembrano lasciare poche speranze circa l’effettività della Strategia Europea per l’Inclusione dei Rom. Rimane una speranza: forse l’esperienza catalana può indicare nella gestione locale e nel compromesso regionale un principio di cambiamento ed un punto di svolta.

Approfindimenti e fonti

Il rapporto di ricerca é disponibile in inglese e spagnolo.

Ha studiato Scienze Politiche Internazionali presso l'Università degli Studi di Torino. Ha un Master in Migrazioni Internazionali e Relazioni Interculturali ottenuto presso l'Università di Osnabrück (Germania). In Spagna ha lavorato come project designer e ricercatore per il Taller ACSA. Attualmente è collaboratore del gruppo di ricerca EMIGRA, studente di dottorato presso il Dipartimento di Antropologia Sociale e Culturale dell'Università Autonoma di Barcellona, e ricercatore Marie Curie presso il Center for Policy Studies della Central European University (Budapest).

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