Il Kuwait ha scelto (o no) il suo Parlamento?

di

I primi risultati parlano chiaro: il boicottaggio ha funzionato. Il Kuwait ha scelto (o no) il suo nuovo Parlamento in data 1 dicembre 2012. Questo il risultato: su 50 membri 17 sono esponenti del movimento sciita, 3 sono donne e solo uno rappresenta le più antiche famiglie beduine; i restanti posti sono andati a personalità vicine alla famiglia regnante, gli Al Sabah. Fin qui nulla di strano se non fosse per il fatto che sul totale della popolazione solo il 30% è sciita e che il Majlis Al Umma (il Parlamento) è un organo che dovrebbe bilanciare lo strapotere dell’Emiro, e non fortificarlo.

Ma andiamo per ordine. Per cogliere il significato delle proteste che hanno investito il Kuwait negli ultimi mesi è necessario ripercorrere le tappe che hanno portato alle seconde elezioni legislative del 2012.

Febbraio 2012: l’Emiro, dopo aver sciolto il Parlamento eletto nel 2009, a causa di continui scontri e ostruzioni alle sue decisioni, indice nuove elezioni per l’inizio del mese. La vittoria dell’opposizione è schiacciante. I movimenti islamici più fondamentalisti ottengono più della maggioranza dei seggi mentre nessuna donna viene eletta. L’Emiro, con la stessa nonchalance con cui ha dissolto il precedente Majlis, attraverso l’intervento della Corte Costituzionale, decreta le elezioni “incostituzionali” e reintegra il Parlamento del 2009.

Settembre 2012: la popolazione scende per le strade di Kuwait City per chiedere che venga eletto Primo Ministro un membro esterno alla famiglia degli Al Sabah. L’Emiro risponde mobilitando la Polizia per reprimere i cortei. I kuwaitiani sembrano maturare una nuova coscienza politica e decidono di non lasciarsi intimorire dalle forze dell’ordine.

Ottobre 2012: il Parlamento viene nuovamente dissolto. L’Emiro, per non rischiare di doversi di nuovo confrontare con una maggioranza a lui opposta, decide di emendare la Legge Elettorale: l’elettore potrà scegliere un solo candidato (prima erano quattro). La mossa è chiaramente diretta a indebolire quei movimenti che da sempre si sono schierati contro gli Al Sabah. La risposta popolare non tarda ad arrivare: due grosse manifestazioni vengono organizzate e, come nella miglior tradizione kuwaitiana, vengono represse con la violenza.

Novembre 2012: a ridosso dalle elezioni, il “Comitato per il Boicottaggio” chiede agli elettori di non recarsi alle urne e  di far sentire la propria voce. La campagna elettorale si svolge in un clima surreale: non si vedono le classiche tende installate dai candidati che hanno preferito riunirsi collettivamente per incoraggiare la popolazione a boicottare le elezioni.

Dicembre 2012: le statistiche offrono dei dati contrastanti. I siti governativi riportano un’affluenza alle urne che si aggira intorno al 43% mentre la percentuale comunicata dal “Comitato per il Boicottaggio” è del 28%. In entrambi i casi si sarebbe comunque verificata una diminuzione, a monte del 60% registrato nelle elezioni precedenti.

Tornando ai risultati possono essere tratte numerose conclusioni. Il nuovo Majlis non rispecchia la reale composizione religiosa della popolazione (a maggioranza  sunnita). Per questo motivo, e per gli episodi di presa di potere da parte dell’Emiro, molti esponenti dell’opposizione hanno denunciato l’incostituzionalità del nuovo Parlamento. Tra i cinquanta nuovi membri non si hanno rappresentanti provenienti né dai movimenti islamici, né da quelli liberali e dei giovani, né dalle famiglie beduine avverse agli Al Sabah.  Come è stato riportato da Shafeeq Ghabra, Professore di Scienze Politiche presso l’Università del Kuwait, in un’intervista condotta da Reuters: “dal momento che il Majlis non può più essere considerato la voce dell’opposizione, chi lo sarà adesso? Il popolo?”. Questa domanda è essenziale per cogliere le sfumature interne alla società civile kuwaitiana odierna e per comprendere quelli che ne saranno i futuri movimenti.

Il Kuwait è una monarchia costituzionale poco più grande del Lazio. La famiglia regnante, gli Al Sabah ha concesso l’istituzione di un Parlamento (Majlis al Umma) nel 1962 (quest’anno cade appunto il 50°anniversario della “democrazia” in Kuwait) che è stato tuttavia sciolto in innumerevoli occasioni (solo dal 2006, 5 volte). Il Paese è stato il primo tra gli stati arabi del Golfo a concedere questa forma di democrazia dove tuttavia i partiti sono illegali. Il Paese è stato scosso, fin dalla sua nascita, da momenti di profonda crisi durante i quali la legittimità dell’Emiro e della sua dinastia è stata messa in discussione ma gli Al Sabah continuano a regnare indisturbati da fine ‘700. I dati più interessanti riguardano la popolazione: su un totale di 2.8 milioni di abitanti (UN 2011), solo 1 milione, o poco più, è composto da kuwaitiani e solo 423.000 di essi possiedono il diritto di voto. I kuwaitiani sono stranieri nel loro paese, ma questa è un’altra storia …

Laurea di primo grado in Scienze Politiche presso l'Università degli Studi di Pavia e Laurea specialistica in Scienze Internazionali - Global Studies - presso L'Università degli Studi di Torino, ha scoperto la sua passione per il Medio Oriente in Tunisia dove ha iniziato a studiare arabo. Si è poi spostata prima in Turchia, poi in Kuwait, poi in Bahrain per poi approdare finalmente in Palestina. Dopo tre mesi trascorsi a Hebron, è tornata in Europa dove ha svolto uno stage presso la Fondazione Alkarama di Ginevra occupandosi di comunicazione e media.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

*

Articoli

Torna SU