La Palestina all’Onu: vittoria palestinese o sconfitta israeliana?

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La sera del 29 novembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite votato con schiacciante maggioranza a favore dell’ingresso della Palestina come stato osservatore. Il Presidente Mahmoud Abbas aveva chiesto lo scorso anno un ingresso all’ONU a pieno titolo, ma si è dovuto scontrare con l’immancabile veto statunitense. Quest’anno ha deciso di abbassare il tiro e chiedere il riconoscimento della Palestina come stato osservatore non membro.

Il passo è piccolo, e questo i palestinesi lo sanno bene. Non significa che ora Israele si ritirerà dalla Cisgiordania e da Gaza restituendo loro la libertà di vivere, non significa la fine della costruzione di colonie e neppure che adesso la Palestina diventi uno stato a tutti gli effetti. Questo, per ora, è ben lontano dall’avvenire. Ma la felicità che ha invaso i palestinesi in seguito all’approvazione dell’Onu è data da ciò che questo evento ha simbolizzato. Finalmente il mondo ha deciso di riconoscere, seppur in forma ridotta, il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese.

Su un totale di 193 membri, 138 hanno votato sì,  41 si sono astenuti e 9 si sono dichiarati contrari. La novità è stata la decisione di alcuni paesi europei di votare a favore o astenersi. Con grande sorpresa e disappunto d’Israele, Italia e Francia hanno votato sì. La Germania e la Gran Bretagna si sono astenute, quando in realtà ci si aspettava da loro un voto contrario. Al contrario, la loro astensione è stata giustificata piú che altro dal fatto che Abbas non abbia dato garanzie riguardo all’eventualità di ricorrere alla Corte Internazionale per denunciare i crimini d’Israele. Ora, infatti, i palestinesi hanno il diritto di avviare procedimenti volti a incriminare Israele per le sue continue violazioni del diritto internazionale e dei basilari diritti dell’uomo. La Gran Bretagna avrebbe votato a favore solo in cambio della garanzia che Israele non sarebbe stata denunciata. A questo punto è opportuno interrogarsi sull’utilità di un’istituzione come la Corte Internazionale, dal momento che essa non offre ai popoli non riconosciuti dall’Assemblea Genrale la possibilità di incriminare quelle potenze che hanno commesso gravi crimini di guerra nei loro confronti.

Malgrado l’astensione, il voto europeo segna un’inversione di rotta della solita politica nei confronti del conflitto israelo-palestinese. Le testate israeliane hanno posto l’accento sulla perdita del consenso europeo. Sembrerebbe che le potenze del Vecchio Continente si siano stancate dei capricci dello stato ebraico e desiderino avviare un vero processo di pace per mettere fine ad un conflitto che dura ormai da 64 anni. Tuttavia, un articolo apparso su Yedioth, invita gli israeliani a non avere timore, poiché l’Assemblea Generale è «scandalosamente schierata è priva di autorità», quindi questo voto non cambierà assolutamente nulla nonostante la maggioranza degli stati abbia votato a favore.

Israele e Stai Uniti hanno giustificato il loro voto affermando che la pace non può arrivare tramite il voto dell’ONU, ma solo attraverso negoziati diretti tra Tel Aviv e Ramallah. Netanyahu afferma che «sul terreno non cambierà nulla anzi, questo voto allontanerà la nascita di uno Stato palestinese» poiché questa decisione è unilaterale e uno stato palestinese si potrà creare solo grazie al consenso israeliano. I due alleati hanno fatto pressione sui palestinesi affinché non chiedessero il riconoscimento all’ONU minacciando tagli agli aiuti economici e severe misure punitive. La risposta israeliana, infatti, non si è fatta attendere. Il giorno seguente il governo di Tel Aviv ha annunciato la costruzione di nuove colonie a Gerusalemme, zona altamente sensibile. Il progetto prevede tremila nuovi alloggi, che oltre a collegare in modo permanente Gerusalemme a Maale Adumim, la più grande della Cisgiordania, taglieranno in due la Cisgiordania, separando definitivamente il nord dal sud. La continua e inarrestabile costruzione di colonie in questo territorio è una chiara manifestazione di opposizione alla pace. Le colonie israeliane hanno privato i Territori Occupati di qualunque continuità territoriale, rendendo evidente la tattica israeliana: ostacolare la creazione di un futuro stato palestinese.

L’ondata di felicità dei palestinesi ed i festeggiamenti che hanno seguito il voto si sono ora trasformati in interrogativi. I palestinesi faranno ricorso alla Corte Internazionale per denunciare l’occupazione israeliana? Oppure le pressioni internazionali avranno la meglio su di loro? Quali sono i piani per la costruzione di un vero Stato? Quali politiche avvierà Abu Mazen per affrontare le ritorsioni israeliane? E cosa rivendicherà al fine di veder riconosciuto il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese? Come avverrà la costruzione della Palestina e quali forme assumerà?

Per ora non possiamo che aspettare l’evolversi della storia senza affrettarsi troppo a fare previsioni future vista la complessità del conflitto. Indubbiamente ai palestinesi non resta che trovare un accordo d’unione tra le varie fazioni politiche cercando insieme di instaurare rapporti internazionali che facciano da sostegno politico per controbilanciare il potente asse Stati Uniti – Israele.

Articolo di Meriem Dinar. Meriem si è laureata in Relazioni Internazionali all’università di Bologna. Attualmente è laureanda al corso di Master of Art in Global Studies: Cina, India, Medio Oriente dell’Università di Torino. Ambito d’interesse è la politica internazionale nel contesto del mashreq e in particolare il conflitto israelo-palestinese. In seguito a un periodo di ricerca in Israele e Palestina, attualmente sta scrivendo una tesi sulla minoranza palestinese in Israele.

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