Petrini, tra neocolonialismo e fiducia nel futuro…

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Durante la cerimonia di apertura del salone di Terra Madre 2012 prende la parola Carlo Petrini, presidente di Slow Food, per salutare la platea ed i delegati istituzionali e delle varie organizzazioni che ogni 2 anni si ritrovano presso gli spazi del Lingotto per discutere di filiera alimentare e vogliono difendere l’agricoltura, la pesca e l’allevamento sostenibili, con particolare attenzione alla preservazione del gusto e della biodiversità del cibo. Inizia quindi un discorso molto duro, sotto lo sguardo, tra gli altri, del Presidente della FAO Josè Graziano Da Silva, sui cambiamenti del mondo rispetto a 2 anni or sono con la speculazione finanziaria sulle derrate alimentari e sui prodotti agricoli che aumenta sempre più.

Logica conseguenza il riferimento al diritto alla terra e al fenomeno di acquisizione di terre su larga scala [land –grabbing] e tutto quello che ne consegue. Petrini non usa giri di parole e lo definisce subito una vergogna ed una sorta di neocolonialismo.

La concezione del land grabbing come una forma di neocolonialismo non è certamente nuova e tantomeno ingiustificata, basti pensare che, per citare le cifre utilizzate dallo stesso Petrini, 80 milioni di ettari sono già stati derubati ai pastori africani costringendoli così ad emigrare, in cerca di nuovi terreni da coltivare. In 10 anni, (secondo l’International Land Coalition) organizzazione promotrice dei diritti di accesso alla terra, 203 milioni di ettari sono stati ( o sono in via di essere) affittati, ceduti o acquistati per un periodo che va dai 40 ai 99 anni: una superficie pari a 7 volte quella dell’Italia, oltre 20 volte quella delle terre coltivabili italiane, e grande più o meno quanto le dimensioni dell’Europa nord-occidentale ; in più bisogna contare che il continente più colpito è l’Africa ed in particolare il Madagascar, il Mali, lo Zambia, il Sudan, la Tanzania, lo Zimbabwe, l’Uganda, il Ghana, il Mozambico e l’Etiopia.

Come riportato dall’Alliance Sud qualche anno fa è stato pubblicato un importante rapporto del Consiglio Mondiale dell’Agricoltura sostenuto da numerose organizzazioni delle Nazioni Unite in cui si spiega che per lottare efficacemente contro la povertà ed assicurare l’approvvigionamento a lungo termine, conviene –conclude questo rapporto – operare un cambiamento di paradigmi nella politica agricola internazionale: abbandonare i grossi progetti industriali e rafforzare il potere dei piccoli coltivatori, anch’essi redditizi ma molto più sostenibili ecologicamente e socialmente. L’accaparramento di terre a grande scala da parte degli Stati e delle imprese va però nella direzione inversa.

Gli investitori infatti vedono nelle grosse superfici africane e sudamericane la possibilità della coltivazione industrializzata su grande scala. Malgrado questo le organizzazioni internazionali multilaterali come la Banca Mondiale, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO) parlano di situazioni vantaggiose per tutti gli attori in campo, le cosiddette operazioni win-win. Questi organismi stimano che, se fatti in maniera corretta, tali investimenti possano permettere di accrescere la produttività, sviluppare le infrastrutture rurali, creare impiego e coprire il bisogno crescente di prodotti alimentari. Sul tema degli investimenti OXFAM ha espresso chiaramente quali siano le condizioni per un investimento corretto e sostenibile. Non lascia invece spazio a dubbi l’opinione di Renè Vellvè, fondatrice di Grain, che dichiara: “è molto importante fermare questi investimenti. Punto. La questione non è dire ‘Va bene, rispettiamo i diritti umani e vi paghiamo dei salari’ ,questo non risolve il problema, dobbiamo fermare questo modello di agricoltura e seguire invece una diversa logica di investimento e produzione agricola, quella che molti chiamano Sovranità Alimentare, che significa che la produzione agricola deve essere vicino alla comunità a un livello diffuso di piccoli agricoltori, familiare”. Rimane però un dato di fatto: la Banca Mondiale sta attualmente collaborando con la FAO, con la Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo (CNUCED), con il Fondo Internazionale di Sviluppo Agricolo (FIDA) e con il Giappone alla realizzazione di direttive per degli “investitori responsabili.”

Secondo Petrini e secondo Vandana Shiva, attivista e ambientalista indiana di caratura mondiale, bisogna riconoscere il valore delle banche dei semi, riconoscendo la proprietà di questi alle comunità, evitando così che le sementi possano essere di proprietà privata.

Ecco quindi spiegato il motivo per cui il presidente di Slow Food Petrini fosse molto contento della presenza del Presidente della FAO Da Silva alla convention organizzata a Torino. Uno dei concetti centrali di questo discorso è che bisogna difendere con tutte le forze la biodiversità e continuare la lotta allo spreco che è una parte importante dell’agricoltura e rimane l’obiettivo primario da raggiungere.

La speranza è che il discorso letto da Petrini abbia fatto breccia in Da Silva e che lui porti con sé l’esperienza vissuta a Terra Madre e che aiuti il mondo a rinnovarsi e a prendere coscienza del problema perché come giustamente ha detto Petrini occuparsi di cibo significa occuparsi di tutti gli esseri viventi, significa fare politica e occuparsi del bene comune.

Fonti e approfondimenti

Laureto in Scienze Strategiche presso l’Università di Torino. Da sempre interessato a tematiche ambientali ha collaborato dal 2009 al 2012 con l’ONG M.A.I.S. di Torino. Attraverso il bando UNI.COO dell’Università di Torino si reca in Senegal da Aprile a Settembre 2012 per svolgere una ricerca avente come tema principale le acquisizione di terra su vasta scala e le imprese italiane operanti in campo agricolo, con particolare attenzione per quelle che producono biocarburanti. Tra il 2014 ed il 2015 si reca in Messico per svolgere un anno di Servizio Civile.

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