La presa di Goma e le mani legate dell’ONU

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Sarebbe interessante conoscere il parere del luogotenente Generale Romeo Dallaire, comandante delle forze di peacekeeping ONU di stanza in Ruanda durante la guerra civile (1993/94) e autore del libro “Shake the Hands with the Devil”, in merito a questo ennesimo fallimento del contingente delle Nazioni Unite nel prevenire lo scontro civile e fratricida che in questi giorni ha visto la presa della città di Goma, capitale della provincia del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Infatti, mentre tutta l’attenzione mediatica internazionale è rivolta ai sanguinosi bombardamenti da parte di Israele verso la striscia di Gaza, le milizie del Gruppo M23 hanno attaccato e preso la città di Goma usando i loro razzi e fucili mitragliatori.

Il Gruppo M23 prende il suo nome dalla data del 23 Marzo del 2009, quando fu firmato l’accordo di pace tra il governo congolese e un gruppo di miliziani chiamato Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) che divenne poi un partito ed i suoi miliziani vennero così integrati nell’Esercito Nazionale Congolese (FARDC). La sua formazione risale al 4 Aprile del 2012 quando circa 300 soldati si sono ribellati al governo Congolese lamentandosi delle cattive condizioni nell’esercito e la mancata volontà del governo di tener fede ai patti dell’accordo del 23 Marzo 2009.

Qui a Kigali mi trovo in compagnia di 4 volontari italiani sfollati in un primo momento da Goma (Repubblica Democratica del Congo) e successivamente da Gisenyi (Ruanda). Due di loro ci hanno contattato la settimana scorsa per richiedere ospitalità in occasione di un convegno che si è tenuto qui a Kigali, tuttavia l’avanzata del gruppo dei ribelli denominato  M23, o Movimento del 23 Marzo,  ha impedito loro di tornare a Goma, dove hanno lasciato tutti i bagagli e tutti quei beni di conforto che aiutano a rendere il loro (ed anche il mio) soggiorno quaggiù più sostenibile.

Il Movimento del 23 marzo è l’erede diretto del Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP), una formazione paramilitare di Tutsi di base nelle province orientali del Congo dal 2006, che negli anni ha assunto un ruolo fondamentale nel conflitto del Kivu, combattuto dalle milizie della regione contro le forze governative del Congo.

Gli ultimi due volontari arrivati qui a Kigali, dopo aver trascorso una notte presso la base militare Monusco, la missione delle Nazioni Unite nella Repubblica Democratica del Congo, hanno lasciato Goma, con l’obiettivo di rifugiarsi a Gisenyi , la prima città ruandese che si incontra attraversando il confine fra i due stati. Secondo i loro racconti, è l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA) ad aver segnalato sia al personale delle Nazioni Unite, sia al personale espatriato a Goma , la possibilità di passare la notte presso la loro base.

Contrariamente alla missione di questo contigente, ovvero la protezione della popolazione civile, l’accesso alla base è stato preventivamente negato alla popolazione congolese. I volontari raccontano che al loro arrivo, dopo una breve registrazione, sono stati disposti in una grande sala riunioni, priva di letti e di qualsiasi facilitazione.Dopo circa un’ora è stato portato loro un litro d’acqua ed è stato comunicato che solo chi avesse avuto un tesserino delle Nazioni Unite avrebbe avuto diritto ad un pasto, ad un materasso o ad una brandina, di conseguenza tutto ciò è stato loro negato.

Nel primo pomeriggio di lunedì 19,  sono sopraggiunte le prime bombe anche su Gisenyi, la città ruandese situata  al confine, presumibilmente sicura fino a quel momento. Abbiamo ricevuto una telefonata  dei due volontari durante la quale, con voce decisamente turbata, ci hanno aggiornato sui bombardamenti a Gisenyi e ci hanno chiesto ospitalità per la notte. Inaspettatamente i bombardamenti sono stati rivendicati da alcuni reparti delle forze armate congolesi (FARDC) che, con colpi di carro T55 e di mortaio, hanno generato il panico e messo in allerta Kigali.

Il Newtimes Rwanda in un articolo del 20 novembre, oltre a riportare l’accaduto, comunica, tramite le parole del portavoce del dipartimento della difesa ruandese, che il Ruanda non ha intenzione di contrattaccare, considerando che il paese limitrofo è già sotto il fuoco dei ribelli; tuttavia aggiunge che l’atto è stato provocativo ed è senza dubbio legato al rapporto delle Nazioni Unite secondo cui il Ruanda e l’Uganda starebbero sostenendo il Movimento del 23 Marzo, fornendo supporto militare ed economico. Tale supporto è stato ritenuto inaccettabile dalla comunità internazionale ed in particolare da Stati Uniti e Gran Bretagna, che hanno già ridotto drasticamente gli aiuti umanitari ai due paesi; lo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, prima della presa di Goma, ha richiesto espressamente a Paul Kagame, presidente del Ruanda, di utilizzare la sua influenza sul Movimento del 23 Marzo per arrestare l’avanzata dei ribelli.

Le evidenti accuse da parte degli osservatori delle Nazioni Unite e gli ultimi attacchi a Gisenyi non hanno impedito l’ incontro tenutosi martedì sera tra  i rispettivi presidenti di Congo e Ruanda, con l’aggiunta del presidente ugandese Museveni; alla fine dell’incontro i tre presidenti hanno rilasciato una dichiarazione congiunta nella quale si richiede espressamente al M23 di arrestare la propria avanzata verso la città.

Dopo una serie di combattimenti tra le FARDC e l’ M23, la città di Goma è stata definitivamente conquistata dai ribelli, nonostante il numeroso contingente delle Nazioni Unite, che, inerme, ha assistito all’entrata dei ribelli nella città. Questi avvenimenti fanno riflettere e allo stesso tempo mettere in discussione il ruolo, l’impatto  e l’efficacia delle Nazioni Unite in queste particolari situazioni, soprattutto considerando il non trascurabile costo di mantenimento del contingente ONU (solo nell’ultimo anno sono stati spesi circa 1,5 miliardi di dollari) e i limiti del mandato di peacekeeping a loro assegnato.

Nel frattempo la situazione umanitaria a Goma, già insostenibile per la popolazione, è ulteriormente peggiorata. Secondo le testimonianze dei volontari che abbiamo accolto qui a Kigali, solo negli ultimi giorni il centro  Giovani Don Bosco di Ngangi, punto di riferimento per l’accoglienza dei cosiddetti “déplacées” da parte di Unhcr, Croce Rossa Internazionale ed Unicef, ha accolto più di 600 sfollati e secondo il sito di Volontari per lo Sviluppo, i déplacées hanno raggiunto un totale di 10mila, di cui 6mila minori; purtroppo la popolazione vive in condizioni precarie, la mancanza di energia elettrica, generi alimentari ad un prezzo accessibile ed acqua potabile, hanno aumentato il rischio di malnutrizione ed epidemie di colera.

Gli ultimi sviluppi hanno visto il portavoce dei ribelli minacciare un’avanzata verso Bukavu, con l’obiettivo finale di marciare su Kinshasa. Ruanda e Repubblica Democratica del Congo si trovano ad punto morto, la posta in gioco è alta; Kagame dovrà probabilmente affrontare un’ulteriore approvazione da parte della comunità internazionale, mentre la base politica di Kabila rischia di sgretolarsi sotto di lui.

Immagine di copertina: Soldati indiani del contigente MONUSCO in una postazione militare nei pressi di Kibati, a 10 km da Goma. 

Laurea di primo grado in Relazioni Internazionali e Laureando in Sviluppo, Ambiente e Cooperazione presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Torino. Pluriennale esperienza sul campo nel settore dell’aiuto allo sviluppo, in particolare nell’ Africa Sub-Sahariana e nei paesi membri dell’East African Community ed editore dell’area “Eastern Africa” di GLOBI – Osservatorio Globale sull’Inclusione. Attualmente è basato a Juba, in Sud Sudan, dove supervisiona il reparto approvvigionamenti di un’organizzazione non governativa che opera in ambito sanitario.

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